Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
1.
Perché Uljana tirava per le lunghe?
Perché aveva paura, ecco perché. Perché era meglio non sapere che sapere: finché non lo sai per certo, puoi ancora vivere la vecchia vita, la tua. Bastava in qualche modo scacciare l’ansia, distrarsi un po’ — nei momenti liberi scrollare reel o TikTok, chiacchierare con Kristina — e la sera, mentre si cuoceva la pasta o si friggeva le patate, mettere il vivavoce e ascoltare la radio-mamma: che dicevano le vicine, che succedeva al negozio, che si faceva nell’orto. Poi una serie, poi una doccia bollente, poi solleticarsi con il vibratore, poi zac — nel buio. E poi un altro giorno uguale, le stesse persone, e ancora il tempo da ammazzare.
Forse, se avesse aspettato, sarebbe passato da sé. Doveva solo non pensarci: ecco, se se ne andava in giro lì accanto come una nebbia o un’ombra, che continuasse pure a girare. Non dargli un nome, non evocarlo. Tirarla soltanto per le lunghe. Si sarebbe stancato, e se ne sarebbe andato.
Ma non passava.
Per quanto Uljana cercasse di non lasciarlo entrare, per quanto si divincolasse, continuava comunque a condensarsi piano piano. Qualcosa le si addensava nella pancia e, speculare alla pancia, le appesantiva il plesso solare: un tumore, ma non un tumore; una ferita, ma non una ferita; non un presentimento, ormai una consapevolezza. Uljana intuiva quale sarebbe stata la risposta, e per questo aveva tanta paura di fare la domanda.
Ma intanto lì dentro ticchettava comunque: i secondi tiravano dietro i minuti, i minuti le ore, i giorni scattavano uno dopo l’altro, e si accumulava, si accumulava. Non poteva pensarci, ma non riusciva a pensare a nient’altro.
Uljana ripensava continuamente alle volte: l’ultima, la penultima. Si chiedeva come fosse potuto succedere, visto che erano stati attenti. Ma non riusciva a ricordare tutto: c’erano dei vuoti, notti sfocate dall’alcol, di cui restavano soltanto brevi lampi, e non era nemmeno chiaro se stesse ricordando dei sogni o una realtà così folle.
Contava i giorni, li ricontava, ma da quei calcoli non si riusciva a capire niente: il corpo di Uljana era tutto scombussolato, fuori fase, non ci si poteva mai fidare della sua puntualità; lei era sempre un po’ così e un po’ cosà, soprattutto da quando aveva smesso di prendere la pillola. E perché poi aveva smesso? Scema.
Nella testa le si era fatto un budino, e anche l’aria era diventata budinosa, e lei arrancava a nuotare in quel budino freddo. La gente le chiedeva qualcosa: i clienti, il capo, Kristina, sua madre; ma le parole le arrivavano lentamente e lei rispondeva a fatica, perché il suono penetrava con difficoltà attraverso il budino. Quel budino freddo era la paura.
Tirava per le lunghe perché sapeva che avrebbe dovuto prendere una decisione. E da sola non era in grado di prenderla.
Quante volte era passata davanti alla farmacia, aveva guardato la croce e non era riuscita a costringersi a entrare. Ma una mattina si era svegliata e aveva capito con chiarezza: adesso si sarebbe alzata, lavata la faccia e sarebbe andata. Forse nel sogno era successo qualcosa del genere: l’Uljana notturna aveva ordinato a quella diurna di non rimandare oltre, e al risveglio si era dimenticata dell’ordine che aveva dato. O forse le era semplicemente diventato chiaro che era ora di incidere il bubbone. Uljana si alzò, si preparò il porridge, ci buttò dentro una dose extra di zucchero per farsi coraggio e si trascinò in farmacia — non quella dove andava di solito, una diversa. Senza guardare negli occhi la farmacista, chiese un test. Tornò a casa e lo fece.
E allora, due lineette.
• • •
Tatjana stava applicando la carta da parati. Aveva un motivo: sagome appena visibili di foglie, qualcosa come foglie d’acacia. Beige, pallida, placida. Si sarebbe potuta attaccare senza pensarci in manicomio, per calmare gli agitati. Vitalja era in piedi sulla scaletta, in equilibrio sul gradino più alto, illuminando l’occhio di Tatjana con l’unghia gialla che spuntava da un buco nel calzino; premeva il bordo superiore del rotolo contro la colla bianca, mentre Tatjana lo srotolava piano verso il basso e lo lisciava, spingendo fuori le bolle d’aria, perché venisse tutto bello dritto.
Vitalja sbuffava e bestemmiava, lassù sulla scaletta non si sentiva a suo agio, gli tremavano le ginocchia. Tatjana, benché arrivasse a malapena al petto di Vitalja, avrebbe potuto salire fino in cima e starsene lassù salda e impassibile; ma affidare a Vitalja il compito di lisciare la carta era impossibile. Aveva le mani incerte e di sicuro avrebbe srotolato la striscia storta, sporcato quella già attaccata e mandato all’aria tutto il lavoro. L’aveva già fatto, per questo era stato sgridato e picchiato, eppure aveva continuato a combinare guai, finché non era stato sollevato dall’incarico.
La carta da parati bastava a malapena per il soggiorno: meglio comprarne meno e più cara che di più e più economica, aveva deciso Tatjana. Avevano aspettato troppo a lungo quella ristrutturazione, quell’appartamento. In pratica, l’avevano aspettato tutta la vita. Perciò adesso non aveva voglia di compromessi, adesso voleva darsi alla pazza gioia. Chissà se avrebbero mai fatto un’altra ristrutturazione. Probabilmente no, ormai.
Tatjana spingeva le bolle verso il bordo con la spatola; le foglie d’acacia aderivano alla parete imbiancata e, a ogni passata, il risultato migliorava. Tutto diventava diritto, tutto diventava pulito. Finalmente la vita ubbidiva a Tatjana. Si sottometteva alle sue mani gonfie e cremisi, come scottate, si lisciava e si disponeva in file ordinate.
E perfino Vitalja, che sotto il soffitto fingeva di soffrire per farsi pagare quel lavoretto con qualche futura concessione, non la irritava granché — finché se ne stava lì, reggeva, mentre Tatjana stendeva striscia dopo striscia quel bosco beige e tranquillizzante per tutto il soggiorno.
Ci voleva un lavoro da fare. Bisognava fare qualcosa. Quello che si può fare, bisogna farlo. E quello che non si può fare, non si fa.
Vitalja cominciò a piagnucolare, gli scappava. Tatjana lo minacciò, intimandogli di non muoversi: aspetta che finisca il rotolo, non ti azzardare. Si sapeva già come sarebbe andata: si sarebbe chiuso in bagno a fumare. Ma non si poteva nemmeno tiranneggiarlo troppo, poveraccio.
La striscia beige si allineò alle altre strisce beige, le ultime bollicine ne uscirono come da un annegato, e Tatjana afferrò un piedino della scaletta: scendi, va’.
Vitalja si chiuse in bagno e, naturalmente, si accese una sigaretta; Tatjana andò in cucina. Per il momento la cucina sembrava rimessa in sesto dopo un bombardamento: il linoleum era ancora a pezzi, le piastrelle invece erano già belle, una parete era stata stuccata, un’altra scrostata e piena di crepe; il tavolo e gli sgabelli erano provvisori, fatti di assi, ma il lavello era già stato comprato e se ne stava lì.
Facevano così: appena arrivava qualcosa che avevano pagato, ci si buttavano. Per questo l’appartamento somigliava un po’ a una baracca zingara, un po’ a un covo di drogati, ma attraverso il disordine e lo sporco cominciava a intravedersi un futuro luminoso: Tatjana e Vitalja coprivano il vecchio col nuovo, imbiancavano la muffa, coprivano gli strappi di beige. L’appartamento era di altri, malridotto e lordo, ma aveva tre stanze e settantadue metri quadrati; striscia dopo striscia si trasformava nel loro, quello in cui anche la camera da letto sarebbe stata davvero la loro camera e finalmente i bambini avrebbero avuto una stanza ciascuno.
Tatjana spazzò via le briciole dal tavolo, lisciò gli asciugamani e mise il bollitore sul fornello. Si sedette di fronte all’iconostasi di Saška, che occupava quasi tutto il davanzale. Guardò suo figlio.
C’erano tre fotografie: nella prima lui era in uniforme scolastica, in piedi con un mazzo di fiori che lo sovrastava. Era il suo primo giorno di scuola: biondino, magrissimo, gli occhi sbarrati e un sorriso impaurito. Nella seconda foto era già uscito dall’istituto tecnico: sedeva con la nonna, la madre di Tatjana, su una panchina accanto a casa sua, con un braccio abbronzato attorno alle spalle della sua babushka. Alle loro spalle, assi scolorite dal tempo; da un lato, rami di melo si infilavano nell’inquadratura. Il volto era in ombra, punteggiato da macchie di sole: raggi filtrati tra le foglie. La babushka reclinava la testa verso di lui e sorrideva con il volto tutto rughe; lui aveva gli occhi chiusi: la macchina fotografica aveva scattato nel momento sbagliato e poi gli era passata la voglia di rifare la foto. Nel terzo scatto Saška era in uniforme militare. Era la foto più recente, di appena due mesi prima, perciò era quella in cui somigliava di più a se stesso, ma anche quella in cui ci somigliava di meno. Aveva appiccicato sul viso lo stesso sorriso impaurito del bambino al primo giorno di scuola, che gli restava a malapena sulle labbra; la schiena era curva, come sotto il peso dello zaino pieno di libri, benché nella foto non ci fosse nessuno zaino, e con la testa rasata le orecchie sporgevano come due alette. Accanto a lui, tenendolo sottobraccio, c’erano Vitalja e Tatjana. Guardavano tutti dritto nell’obiettivo: Vitalja con aria stupida, Saška smarrito, Tatjana risoluta.
Questo trittico sul davanzale era circondato da una selva di gerani e, proprio lì, tra il verde e i fiorellini, spuntava il naso di uno gnomo di maiolica col berretto rosso, come se fosse in agguato.
Tatjana prese la foto di Saška da bambino e passò un asciugamano sul vetro: era pulito, ma ora c’erano ditate unte. Si perse a guardarla e non sentì subito il fischio del bollitore.
— Sta bollendo, Tan’! — gridò Vitalja dal bagno.
— Non sono sorda! — gli rispose Tatjana, riscuotendosi.
Rimise al suo posto il piccolo Saška, sospirò — non per farsi sentire, solo per allentare la stretta al petto — e cominciò a versare l’acqua bollente nelle tazze, spalmare il pane e affettare la mortadella: se dovevano fare una pausa, tanto valeva farla adesso.
Vitalja cercò d’istinto la birra con gli occhi, ma trovò solo un tè nero come il čefir’. Fissò Tatjana con i suoi occhi acquosi, senza protestare: sapeva anche lui che per la birra era ancora presto, meglio non tirare fuori l’argomento. Si ustionò con l’acqua bollente, fece una smorfia, si ustionò di nuovo e si mise a masticare la mortadella soda, di un rosa così acceso che pareva disegnata con un pennarello per bambini.
— Dovremmo telefonare, Tan’.
— Ho telefonato. Non vogliono dire niente al telefono.
— Allora vai di persona.
— Senti un po’. Perché non ci vai tu, invece? Mi mandi sempre avanti.
— Ma io che ci vado a fare? Chi vuoi che mi stia a sentire? Tu almeno puoi fare un po’ di casino. Hanno paura delle madri.
— Fare casino… Certo. Là di madri come me ce ne sono quante ne vuoi.
Rimasero in silenzio, sorseggiando rumorosamente. Certo che bisognava andarci: il telefono di Saška taceva già da tre settimane, e i messaggi lamentosi della madre risultavano consegnati con una sola spunta, mai recapitati.
Il silenzio, interrotto dai loro masticamenti, si fece più evidente e opprimente. Allora Tatjana accese la televisione, perché riempisse il silenzio mentre mangiavano. Lo schermo si illuminò di blu, si avviò senza un intoppo:
— Operazioni di combattimento. È iniziato lo sfondamento dell’ultima linea difensiva delle Forze armate ucraine nel Donbass, lungo l’asse Kramatorsk — Slavjansk — Konstantinovka. Una volta completato lo sfondamento, alle nostre truppe resterà da superare soltanto una barriera naturale: il Dnepr. Intanto, nella notte tra giovedì e venerdì, la nostra aviazione ha continuato a colpire in profondità le retrovie nemiche, prendendo di mira infrastrutture di trasporto militare utilizzate a sostegno delle Forze armate ucraine. In queste immagini vediamo una diga colpita da una bomba aerea pesante FAB-500.
Vitalja si piantò davanti alla televisione, subito rapito; e la mortadella cominciò a sparire molto più in fretta. Il conduttore, curato e compiaciuto, passeggiava per lo studio davanti a un enorme schermo panoramico che mostrava la terra ucraina crivellata e sventrata, vista da una specie di uccello o forse da Dio. Il conduttore agitava una mano e, al movimento delle sue dita, laggiù la materia si squarciava, gli insetti-uomini morivano, sbocciavano fiamme e si gonfiavano nubi di fumo nero.
Vitalja grugniva soddisfatto a ogni attacco. Tatjana guardava tesa.
— Oggi sono tornati a casa, dalla prigionia ucraina, centottantasette dei nostri combattenti. È avvenuto uno scambio con altrettanti combattenti delle Forze armate ucraine.
Partirono le immagini degli autobus su cui i prigionieri tornavano in Russia: ben nutriti, ma gonfi e con l’aria di aver pianto. Tatjana alzò il volume e si avvicinò allo schermo per non perdersi neanche un volto. Erano tutti musi estranei, mariti di altre e figli di altre. Avrebbe dovuto rallegrarsi per le loro madri, ma riusciva soltanto ad arrabbiarsi. Quelli sì che erano stati fortunati: li avevano trovati, riconosciuti, scambiati. Quelli sì che erano stati fortunati… Ma tra i volti sugli autobus non c’era Saška. Era ingiusto.
— Non avrebbero dovuto restituire gli ucraini, — disse Tatjana all’improvviso, scandendo bene le parole. — Non si può. Loro, insomma, non capiranno niente, non impareranno la lezione. Domani torneranno a uccidere i nostri ragazzi.
— E allora che si fa? — chiese Vitalja.
— Ecco, — Tatjana fece spallucce. — Si fa fuori e basta.
• • •
— Centro benessere «Settimo cielo», buongiorno, — disse Uljana al telefono. — Sì, facciamo massaggi. Idromassaggio, sauna, solarium. Fino alle undici. No, di notte non lavoriamo. No. Ah-ah, va bene, allora l’aspettiamo.
Riattaccò e guardò Kristina. Se ne stava sprofondata nel telefono, con le gambe sul divano in similpelle viola. Sopra il divano era appesa alla parete la stampa su tela cerata di un’isola tropicale: sabbia bianca e zuccherina, palme storte e un oceano di un blu chimico, come se fosse stato imbottito di candeggina. Sulla riva c’erano lettini vuoti che invitavano Uljana e Kristina a spogliarsi, prendere il sole e poi correre a fare il bagno. Su quell’isola c’erano tanti granelli bianchi quanti ne erano scivolati lentamente, negli anni, nella clessidra del noioso lavoro di Uljana. I colori del paradiso si erano ormai spenti, l’oceano era impallidito, il sole si era sbiadito e si era fatta strada la triste consapevolezza che quell’isola magica era stata fabbricata con Photoshop e che da quel seminterrato non ci si sarebbe mai potute arrivare.
— Kris! Usciamo a fumare? — propose Uljana.
Kristina, senza staccare gli occhi dallo schermo, annuì e lasciò scivolare giù le gambe. Era una brunetta piccolina, ben fatta, con la frangetta da pony dei cartoni animati, annerita fino a diventare nerissima dal loro solarium gratuito. Ma aveva le mani forti e impastava i muscoli contratti con facilità, come carne macinata per le cotolette.
Salirono i gradini e riemersero dal tempo sospeso dell’equatore nel sole di una fresca estate di Vologda. Tirarono fuori le sigarette elettroniche e cominciarono a respirarci dentro: Kristina aveva quella alla fragola, Uljana al melone.
Ogni tanto le auto sferragliavano lungo Lermontova; oltre la strada scorreva un fiume denso e lento come latte condensato, e i battelli fluviali vi restavano invischiati. Sui battelli si beveva birra e si rideva. Sull’altra riva, nel verde rigoglioso, spiccava bianca la chiesa della Dormizione, con un grappolo di cupolette, ognuna tesa verso il cielo con la propria croce.
Sopra l’ingresso del loro seminterrato c’era l’insegna «7 CIELO».
Il centro benessere sembrava nascondersi tra i cortili, ma in realtà occupava una posizione strategica: il quartiere era complicato, anche se all’apparenza pareva verde, vuoto, polveroso e sonnolento. Sotto il suo coperchio, i fili più disparati della vita di Vologda si intrecciavano in un gomitolo; e in quel gomitolo si aggrovigliavano alla rinfusa, senza logica, le epoche di Vologda e di tutto il paese, i cui nomi erano stati dati alle strade in loro onore.
La chiesa della Dormizione sorgeva sul lungofiume che non portava il suo nome, bensì quello di una certa Sesta Armata; il lungofiume Prečistenskaja si trovava esattamente di fronte, dall’altra parte del fiume, e lì sorgeva l’ospedale del Ministero degli Interni. Dietro la chiesa c’era il dispensario regionale per le tossicodipendenze, mentre vicino all’ospedale del Ministero degli Interni erano sparsi i bassi edifici universitari. C’erano anche il municipio, l’elegante casa commemorativa in cui Varlam Šalamov forse era nato, forse era morto, e l’enorme Lenin col cappotto aperto, da esibizionista, su un piedistallo di granito grande come la lapide di un gigante; e la chiesa di Kazan’, il viale della Vittoria, la via della Pace, la chiesa di San Giovanni Crisostomo, la via Marija Ul’janova, la piazza della Rinascita, il giardino Komsomol’skij, la via Puškinskaja, la via Galkinskaja, i venereologi, i ristoranti di carne, l’Ufficio per le migrazioni, lo šaurma, i barbieri alla moda, i sushi bar, le pel’men’-bar, il monumento color sabbia agli Eroi della rivoluzione, la cupa Ragazza col gelato e il gattino in bronzo, il «Mondo delle cose dimenticate», il caffè «Gagarin», il caffè «La Parigina», il Museo del merletto, il centro ricreativo «Oltre lo specchio», la Direzione per il controllo del traffico di droga, la chiesa di Zosima e Savvatij e il centro benessere «Settimo cielo».
La storia aveva disseminato Vologda di nomi come detriti portati dal fiume, come fango; ogni epoca lasciava qualcosa incagliato, che restava impigliato nei ceppi sommersi se era più grosso, si attaccava e rimaneva lì per sempre. I nomi mettevano radici, i significati si dimenticavano, i nomi degli antichi nemici si saldavano, cementati dalla ruggine, e nella loro comune amnesia non si contraddicevano più a vicenda.
Tutti gli uffici occupavano palazzine prerivoluzionarie a due piani, dipinte di giallo pulcino o di un bianco sporco; tutte le chiese erano state rattoppate, tutte le strade erano larghe, crepate e vuote. C’erano più alberi che case, più alberi che persone; il cielo trasparente cominciava appena finivano le chiome, e le nuvole spettinate passavano quasi sopra la testa degli abitanti di Vologda.
Kristina finì di scrivere il messaggio e si mise il telefono in tasca. Fece un tiro e chiuse gli occhi.
— Allora, che è successo? — chiese Uljana.
— Insomma, mi ha portata allo «Zolotoj Drakon», vicino al teatro di prosa, quello del sushi. Ha ordinato di tutto: Philadelphia, California e pure anguilla, tanto per gradire. Mi guardava tutto fiero, aspettando di vedere se apprezzavo o no che mi avesse fatto il gran benefattore, tipo che aveva apparecchiato la tovaglia magica. Io ho mangiato giusto un po’ di salmone, per non farmi troppe illusioni, e lasciamogli pure credere che nella vita mi accontento di poco… Alla fine s’è dovuto finire tutta la Philadelphia da solo, stava per scoppiare, ma ha ripulito il piatto, poveretto: si vede che ha avuto un’infanzia di fame. E poi se ne esce: «Vorrei invitarti a fare una passeggiata sul lungofiume». E io penso: ci mancava solo una passeggiata sul lungofiume, adesso mi tocca vedere un sacco di facce conosciute e loro vedono me… Ecco, fine, che palle.
Kristina scoppiò a ridere, e rise anche Uljana. La risata di Kristina sapeva di fragola, quella di Uljana di melone. Dal vecchio padiglione dell’ospedale arrivava odore di fenolo, dal fiume quello di alghe.
— Ma insomma, lui com’è? A posto?
— «A posto» come? La settimana scorsa sai cosa mi ha detto? «Dimmi pure se ti serve qualcosa». Io annuisco, ovviamente, ma dentro penso: ma che razza di domanda è? «Se mai, un giorno, dovessi avere bisogno di qualcosa…» Una donna ha bisogno di tutto, sempre! Di tutto, sempre! E tu dovresti capirlo, se sei un uomo normale. Tu vuoi che io sia una gattina, che mi sciolga tutta e risplenda, ma dove le trovo le energie se sgobbo da mattina a sera? Non voglio essere una femmina-Rambo, voglio sciogliermi e risplendere! Non ho ragione?
— Sciogliersi e risplendere sarebbe fantastico, — sorrise Uljana.
— E tu invece? Ci sono novità?
— No.
Uljana si abbracciò: le era venuto freddo. In quel momento non aveva le forze per condividere le sue novità. Non voleva né sospiri di compassione, né consigli, né partecipazione; prima doveva capire da sola che razza di notizie fossero.
Non era andata come aveva previsto.
Sotto Capodanno il suo TikTok si era riempito di oroscopi per i Capricorno; con l’ascendente in Scorpione, le stelle le promettevano cambiamenti radicali, trasformazioni miracolose e una vita completamente nuova. Uljana metteva meccanicamente i like, ipnotizzata, e TikTok abboccava, le faceva il lecchino, subito pronto a servirle altre allusioni cariche di significato: tarologi canuti e astrologhe in bikini facevano a gara a predirle un anno di trasformazioni.
Ed ecco, era successo. Ma in che modo era successo.
Da quanti anni immaginava che un giorno sarebbe spuntato dentro di lei un ometto, l’avrebbe riempita di sé e avrebbe dato un senso a tutto al posto suo, a quel suo vagabondare senza meta nella melassa stantia di Vologda; che avrebbe dato una direzione a Uljana, portandola al livello successivo del gioco, al livello successivo della realtà. Perché al livello attuale Uljana aveva capito tutto e non si aspettava più niente di buono, nemmeno qualcosa di semplicemente interessante.
Quel livello si era rivelato incantato. Non c’era verso di saltare più in alto della propria testa. Lo stipendio era di sessantamila, a volte c’erano anche le mance, ma in questi tempi difficili era meglio non azzardarsi nemmeno a parlare di aumenti. Con quei… vabbè, diciamo settantamila, mance comprese, che cosa ci si poteva fare? Pagare l’affitto e le bollette, comprare da mangiare senza darsi alla pazza gioia, un capo d’abbigliamento al mese, una serata al bar ogni due settimane con le amiche — un cocktail a testa — e mettere via qualcosina: per una televisione con lo schermo più grande, un telefono più figo, una vacanza al mare. Il mare, però, restava un sogno irrealizzabile, perché ogni volta i risparmi messi da parte per andarci finivano chissà come, all’improvviso e senza costrutto, bruciati. Meno male che al salone poteva farsi le unghiette gratis, per amicizia, e andare al solarium senza pagare.
E di che cosa viveva Uljana, dunque? A quanto pare viveva proprio di questo: timbrava il lavoro come si sconta una pena, aspettava lo stipendio, sognando ora lingerie di pizzo, ora un nuovo «Samsung», ma in realtà sognava se stessa in pizzo, un’altra Uljana, splendida e irresistibilmente seducente, oppure se stessa con l’ultimo modello di telefono, una nuova Uljana tutta in gamba, cui uomini di tutt’altra categoria, di rango superiore, avrebbero subito prestato attenzione, appena lei avesse appoggiato il telefono sul tavolino di un caffè. Insomma, in realtà Uljana viveva in una lunga attesa dell’incontro che le avrebbe cambiato la vita, e con tutti quegli acquisti non faceva che avvicinarsi a quell’incontro, spronare il destino. Erano come biglietti della lotteria, da arraffare a mazzi per aumentare le probabilità di fare il colpaccio.
Ma top, scarpe, cuffie e telefoni si rivelavano tutti dei bidoni: le portavano via tempo ed energie, senza poter cambiare niente nella vita di Uljana. Sotto la montagna di cose, Uljana restava se stessa, non si disincantava; gli abiti non la trasformavano in una principessa Disney, anzi, si inacidiva e si esauriva sempre più, accumulando delusione e scrutandosi con sempre maggiore attenzione nello specchietto cosmetico concavo, che ingigantiva ciascuna delle sue prime rughette — e la paura degli anni che le sfrecciavano accanto, sibilando.
Era bloccata.
Bloccata in quel presente finto, nella sala d’attesa, dove il tempo dava sui nervi e non dispiaceva ammazzarlo con le serie tv e i reel, farlo scorrere da uno stipendio all’altro, da un modello di telefono al successivo, finché tra tutti non fosse saltato fuori il gadget magico, quello che avrebbe ricevuto la chiamata e l’avrebbe finalmente convocata nel futuro.
Ecco. Ma come se lo immaginava, in fondo, quel futuro?
Be’… Probabilmente come uno spot pubblicitario, tipo quelli dei mutui. Immagini ritagliate dai poster e montate in un videoclip: mamma-papà-io, tutti sorridono. Un appartamento più grande. Anche un cane, poi: o un bassotto o un dalmata. Coccole di famiglia davanti al grande schermo, sotto una coperta. Vacanze tutti insieme, su un’isola simile a quella del loro seminterrato, solo con colori più vivaci. Insomma, ogni genere di tenerezza. Felicità.
Quando Uljana vedeva coppie con i passeggini, restava a guardarle, le girava la testa da sola. Si immaginava anche questo: passeggiate in tre al parco, un gelato in una mano, nell’altra un bel passeggino, e dentro qualcuno che gorgheggiava. Un maschietto o una femminuccia? A volte una femminuccia, a volte un maschietto.
E anche se le compagne di scuola sposate, dopo aver smesso di lamentarsi della solitudine, alla prima pausa si mettevano a lamentarsi dei mariti stronzi; e anche se il padre di Uljana era assente — prima aveva abbandonato lei e sua madre, poi si era sposato con un’altra, poi si era dato all’alcol e infine era proprio scomparso — niente di tutto questo screditava ai suoi occhi l’idea del matrimonio. Va bene, c’erano magari mille esempi di matrimoni falliti, ma che c’entravano con il sogno di fare le coccole sotto la copertina, di oziare dolcemente accanto a un marito impegnato e possibilmente di poche parole, e di un bimbo che gorgheggiava? Niente. Quella era la vita vera, questa una favola. E alle favole bisogna pur credere!
Eh già, Uljana lo voleva: che altro può volere una persona normale?
Ma con chi, tutto questo? Da chi?
Come spiegarlo… A volte negli studi fotografici mettevano dei pannelli: ci dipingevano sopra dei pirati o dei soldati dell’Armata Rossa, e al posto delle facce c’erano dei buchi rotondi, dove infilare la testa per farsi fotografare. Ecco, Uljana se ne portava sempre dietro uno così. C’era lei, disegnata felice e bella, e accanto a lei due figure, una maschile e una infantile, vacanti, senza volto. Quando cominciava a frequentare qualcuno, ci piazzava lui. A volte sembrava funzionare, stavano bene insieme. Poi un gatto nero attraversava la loro strada e lei doveva estrarre il candidato dal pannello e buttarlo nella discarica della storia. A volte il candidato restava incastrato con la testa, non veniva via, e il pannello felice si strappava in mille pezzi; Uljana piangeva, ma col tempo rattoppava alla meno peggio gli strappi dei suoi disegni sognanti, ritrovava la fiducia nell’amore e nella possibilità di un futuro felice e accompagnava per mano al suo pannello un nuovo ragazzo, per il momento interessante e promettente, a vedere come gli stava. E, per quanto nei cartoni Disney e nelle serie turche si ripetesse che bisognava aspettare l’unico, il prescelto, al pannello della felicità di Uljana si erano presentati in molti.
E persino la testa d’oca di Saša era passata attraverso quel buco.
Uljana lasciò passare Kristinka davanti a sé, giù nel seminterrato, e rimase ancora un po’ di sopra: laggiù il cellulare prendeva male. Fece un’altra boccata di fragola, sbloccò lo schermo e aprì l’elenco delle chiamate recenti. Scendeva giù come una scala di graffette che sprofondasse in un pozzo: una serie di chiamate senza risposta di Uljana: «Saša, Saša, Saša, Saša, Saša — Comandante Aleks. Serg., Saša, Saša, Rostov-Obitorio, Dimon amico di Saša Esercito, Ufficio di leva, Saša, Saša…»
Quel pozzo era senza fondo.
Con la punta del dito, per non intralciarsi con l’unghia smaltata, premette sul Saša in cima. Le si strinse di nuovo lo stomaco: e se adesso le avessero comunicato la sentenza? Ma, naturalmente, non si sentì che il bip che annunciava che l’utente non era raggiungibile. Erano diventati tutti irraggiungibili: Aleksej Sergeevič, Dimon e l’altro commilitone di Saša, Marat. Erano entrati chissà dove, in una terra in cui le onde radio non penetravano e da cui non arrivava la luce. In un buco nero.
Pensò di chiamare di nuovo l’obitorio, ma non ne ebbe il coraggio. Fece ancora un paio di tiri alla sigaretta elettronica — inspira, espira, inspira, espira, in fretta, come un sub prima di immergersi, solo che invece di fare scorta d’ossigeno si caricava di calma — e scese.
— Non risponde — disse a Kristinka, rispondendo alla sua domanda muta.
Lei tacque un momento, le si avvicinò e la strinse un po’. Avrebbe dovuto fermarsi lì, ma Kristinka non sapeva fermarsi.
— A essere sincera, non capisco — se ne uscì — come hai fatto a lasciarlo andare?
Uljana si pietrificò all’istante.
La verità era che nessuno aveva chiesto a Uljana un parere sulla decisione di Saša di firmare il contratto. Era semplicemente successo: un giorno lui era arrivato e aveva detto: «Ho deciso di partire». A quel punto stavano insieme da sei mesi, quasi sette. Abbastanza per sistemare Saša nel pannello della vita familiare e convincersi che, tutto sommato, poteva andare. Non era proprio amore come nelle serie, certo, ma un amore così a Uljana non capitava dalla decima classe. Be’, si era abituata in fretta a Saša, lui restava spesso a dormire da lei, lo spazzolino ormai aveva preso residenza lì; tutto portava a una convivenza. Avevano persino accennato al matrimonio, quando dopo il sesso da ubriachi il cervello si scioglieva. C’erano degli ostacoli, ma Uljana aveva lasciato fare, e Saša, con il suo modo gentile, non li affrontava di petto: li aggirava. Non c’era bisogno di costringerlo a fare il passo successivo, né di tirargli i fili: in quella storia tutto sembrava andare avanti da sé, e questo aveva rilassato Uljana.
— E che cosa avrei potuto fare? — disse Uljana.
In generale, guardava la sua vita come un film.
Viaggiava da passeggera. Le succedevano delle cose, lei le accettava, fosse o non fosse d’accordo, a volte si stupiva, a volte piangeva, a volte rideva. Ma raramente le veniva in mente che lì o là avrebbe potuto afferrare il volante e svoltare da un’altra parte, invece di lasciarsi trascinare. E se da adolescente le sembrava ancora di poter accelerare in certi punti e frenare in altri, i quindici anni trascorsi da allora a Vologda le avevano inculcato un’altra sensazione: che sotto le ruote ci fosse sempre ghiaccio, che fosse impossibile uscirne e che non ci si potesse fermare. Si poteva solo cercare di indovinare dove si sarebbe finiti — con gli oroscopi, con le cartomanzie, o accendendo una candela in chiesa perché si avverasse ciò che si desiderava. Uljana non dipendeva più da niente. Soprattutto negli ultimi quattro anni, da quando avevano annunciato l’Operazione militare speciale.
Cose come l’Operazione militare speciale erano troppo grandi per Uljana. Che cosa può fare una persona, in casi del genere? Niente. Non è nemmeno qualcosa che bisogna accettare e farsene una ragione; è come uno tsunami, un’esplosione di supernova o lo spegnersi del Sole: che tu lo accetti oppure no, a nessuno importa dei tuoi sentimenti.
Eppure Uljana si rimproverava di aver permesso che Saša andasse in guerra. Si accusava di essersi rassegnata troppo in fretta, di non aver pianto abbastanza forte, di non essersi inventata una gravidanza per tempo, prima di quella vera, così da impietosirlo e fermarlo. E adesso, rimasta sola con il figlio di Saša dentro di sé — sola, rimasta sola a prendere una decisione che era così spaventoso affrontare senza nessuno — si rimproverava ancora di più.
Perché gliel’aveva permesso?
Perché aveva dubitato: e se poi non fosse stato quello giusto? Se non fosse stato destino? E aveva deciso di lasciare che le cose andassero da sole, come al solito.
— Io il mio non l’avrei lasciato andare per niente al mondo — scosse la testa Kristinka.
— Sai che c’è? — le disse allora Uljana. — Il tuo! Prima trovati una relazione decente, invece di fare solo scopate, e poi vieni a insegnare a me! Figa con le orecchie.
• • •
Tatjana non voleva aprirle, ma ormai era troppo tardi per far finta che in casa non ci fosse nessuno, e lasciare Uljanka sulle scale sarebbe stato davvero poco umano. Tatjana bestemmiò, lanciò un’occhiata stizzita al Saška dietro il vetro: guarda te con chi si è messo! — e andò ad aprire. Vitalja fece per passare per primo, ma Tatjana lo ricacciò indietro con un solo sguardo. Vitalja non ce l’aveva mica con Uljanka, povero scemo.
Si fece vedere anche Tema, il figlio minore, per vedere chi fosse arrivato. Se ne stava lì a grattarsi un brufolo sul mento.
— Va’ a prenderti il tablet, quello che ho nascosto dove stiro, e non mettere piede fuori dalla tua stanza! — gli ordinò Tatjana.
Lui ne fu felice e corse a giocare.
Nello spioncino, Uljanka era china sul telefono, ma mentre Tatjana armeggiava con la serratura aveva fatto in tempo a raddrizzarsi; adesso guardava la padrona di casa dall’alto in basso, dalla sua altezza da giraffa. Era vestita con una certa modestia, come se dovesse andare in chiesa.
— Buongiorno, Tatjana Nikolavna.
— Be’, ciao.
Uljanka rimase sulla soglia, e Tatjana non si affrettò a invitarla dentro. Prima la esaminava, la passava ai raggi X. Doveva capire con che cosa fosse venuta, che cosa avesse portato con sé in casa loro.
— Vorrei parlare.
— Non sappiamo più di te — la avvertì Tatjana. — Domani vado all’ufficio di leva.
— Non è di questo che volevo parlare. Cioè, anche di questo…
E allora Tatjana fu attraversata da un cupo presentimento. Che dai raggi X non saltasse fuori proprio ciò che temeva.
— Va bene. Entra. Ma togliti le scarpe.
Uljanka si sfilò ubbidiente le scarpe, guardandosi intorno, e andò in cucina.
— State facendo i lavori?
Tatjana le indicò uno sgabello macchiato di vernice, poi si sedette su un altro per mettersi alla stessa altezza di Uljanka. Non le offrì il tè, per non tirarla per le lunghe.
— Allora?
— Io… Ho… Ecco. Insomma, sono incinta.
Come se qualcuno avesse tirato le tende, agli occhi di Tatjana calò il buio. Il calore le salì al collo, le guance le bruciarono subito di una vampa sgradevole e cominciò a martellarle la testa. Aspettò, non rispose, per lasciare che passasse, per non mostrare il fianco.
— Fammi vedere.
— Ma cosa sono, dovrei portarmi dietro il test?
Tatjana soppesò la cosa: crederle o no? Anche Uljana era rossa in viso e gli occhi le saettavano qua e là.
— Quando l’hai scoperto?
— Proprio adesso.
— E perché hai aspettato?
— È che il ciclo mi salta sempre. Poi è diventato proprio… E ho fatto il test.
— Il ciclo le salta sempre… Guarda un po’.
Per Tatjana era difficile continuare a trattenersi: non sapeva fingere e non le piaceva farlo. Era abituata a dire le cose in faccia, senza tante smancerie. Le sceneggiate le lasciasse fare a sgualdrine del genere, come quella.
— E che cosa hai intenzione di fare? — scandì con durezza, così che Uljanka capisse al più presto da sola che cosa doveva fare della sua gravidanza.
Lei alzò verso Tatjana uno sguardo smarrito.
— In che senso?
— Nel senso del bilanciere.
Uljanka capì, aggrottò la fronte, mugugnò; evidentemente raccattò un po’ di coraggio, si raddrizzò e si mise a incombere su Tatjana.
— Come potete parlare così? È il figlio di Saša, tra l’altro. Vostro nipote.
— E chi lo sa.
— In che senso, chi lo sa?!
Fino a quel momento avevano parlato sottovoce, ma ora lei alzò la voce, arrivando perfino a strillare. Il grido attirò dal corridoio Vitalja, preoccupato, che allungò il collo. Stava origliando, il bastardo, di sicuro origliava.
— Fuori di qui! — gli ordinò Tatjana. — Vai a scaldarti da te e non impicciarti!
Vitalja si ritrasse spaventato e sparì.
— E adesso vuoi fare la santarellina? Ascolta un po’ — Tatjana poteva fulminare Uljanka con lo sguardo anche dal basso, non c’era bisogno di alzarsi, che restasse pure in piedi, pertica. — L’amministratrice di un bordello… E pure tu, chissà! Mentre Saška si divertiva con te, per un ragazzo è normale, e io, va bene, ho anche chiuso un occhio…
Saška, in tutte e tre le sue incarnazioni, le seguiva con attenzione e ascoltava la conversazione. Riguardava anche lui. Be’, che ascoltasse. Si era messo con una che la dà via, e stava pure per portarla all’altare. E pensi che la dia solo a te? «Lì le mance sono pure buone». Secondo te perché mai le danno tutte quelle mance, scemo? Sei proprio un bietolone. Non ci sei arrivato da solo, adesso tocca alla mamma pensarci per te. Non è tuo, non ti preoccupare! Per il tuo ormai è troppo tardi.
— Ma non è vero che avete chiuso un occhio, ma cosa credete che sia scema?!
— E va bene, non ho chiuso un occhio. Ma qui è un’altra cosa. Un conto è divertirsi, un altro… Insomma. Io in casa mia non ti ci voglio!
— È vostro figlio, vostro nipote! Come fate a essere una bestia del genere?
— Basta. Fuori dai piedi!
— Ma come faccio a crescerlo? — Uljanka tornò a fare la finta tonta.
— Ah, cara. Ecco. Eccolo qui!
Tatjana annuì soddisfatta: non era stato difficile far vuotare il sacco a Uljanka.
— Ma cosa «ecco»?
— Niente. Hai in testa solo una cosa, solo i soldi. È sempre stato così. Fuori, hai sentito? Smamma!
Adesso si alzò anche lei, pronta a ripulire e spazzare Uljanka fuori di casa col suo enorme seno pesante, come con la benna di un bulldozer.
Ma Uljanka si aggrappò al tavolo, fissò Tatjana, indicò col lungo mento le tre fotografie di Saša e disse, velenosa:
— Perché l’hai mandato laggiù, allora? È per colpa tua che gli è successo… E adesso sono rimasta da sola anche con…
La voce le tremò, come se fosse sul punto di scoppiare a piangere. Ma si trattenne, non pianse, e questo fece infuriare Tatjana ancora di più.
— E tu non portare sfiga, ma che vai blaterando? Che cos’è «successo»? Che vuol dire «gli è successo»?! Sta benissimo! Hai sentito?! Adesso mi vuoi già seppellire il figlio, brutta troia, lurida bastarda! Mio figlio!
Le diede una spinta al petto, ma la colpì alla pancia; poi la afferrò per il magro polso livido e tirò per staccarla dal tavolo. Ma Uljanka si era già mossa da sola, finalmente spaventata. Si affrettò persino a precederla, come se fosse stata lei a decidere di andarsene, e non Tatjana a cacciarla. Infilò di fretta le gambe nervose nelle scarpe, mancando più volte il bersaglio. Vitalja osservava dalla stanza l’espulsione di Uljanka con una faccia afflitta.
— È andato a difendere la Patria, tra l’altro! Ti è chiaro? Come nella Grande Guerra patriottica! Che cosa vuoi capirne, sgualdrina!
— Ma dov’è la Grande Guerra patriottica e dov’è questa roba qui?! — gridò ancora Uljanka dalle scale, e allora Tatjana le sbatté la porta in faccia.