Traduzione generata da IA · Originale russo

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Dmitrij Gluchovskij · Registrazione

10.

Verso sera a Marina era venuta una brutta emicrania. Si era rigirata nel letto, poveretta, aveva gemuto e solo verso mattina era finalmente sprofondata nel sonno, a quanto pare; Maksim, per non disturbarla, si era trasferito sul divano in salotto. E lì, inaspettatamente, aveva dormito benissimo. Si era riposato e aveva dimenticato il litigio del giorno prima. Aveva questa felice qualità: sbraitare, liberarsi, scrollarsi di dosso il peso in eccesso e andare avanti con la vita.

In cucina aveva incontrato Kirjuha, che si era alzato con la sveglia — ancora un po’ gonfio in faccia, ma felice — e aveva deciso di preparargli lui stesso una frittata. Una volta facevano così, quando Kirill andava a scuola: Maksim spesso si alzava prima di Marina, alle sette e mezza era in piedi come un soldatino di stagno — chissà, forse erano i suoi bioritmi — svegliava Kirjuša con cautela e dolcezza, perché il ragazzo andasse a scuola di buon umore, e poi gli preparava dei toast o gli cuoceva il porridge. E allora, di solito, chiacchieravano sempre un po’ prima di separarsi, ciascuno diretto al proprio lavoro. E a quanto pare anche a Kirjuha piaceva quell’ora del mattino trascorsa insieme.

— Allora, com’è stata la vita notturna? Almeno produttiva? — gli chiese Maksim con un mezzo sorriso, sbattendo le uova.

— Mi sa che è amore — scherzò Kirjuha.

— Oh. Dichiarazioni impegnative. Come si chiama la prescelta?

— Diana. Dea della caccia.

Si vedeva che Kirjuha era sul punto di scoppiare di gioia, e Maksim quasi si mise a ridere anche lui, lasciandosi di nuovo contagiare dall’attesa di una giornata estiva spensierata e di un’intera estate davanti.

— È una bella ragazza?

— Posso mostrartela. Su Insta — disse Kirill.

— Ne sarei onorato.

Kirjuha saltò su dalla sedia e gli portò il telefono ai fornelli — già aperto sulla pagina giusta; di sicuro era rimasto lì a rimirare la sua nuova ragazza.

Maksim si aspettava di vedere qualche bambolina, le labbra a cuoricino, l’eyeliner sugli occhi, come tutte quelle ragazzine sui dehors di Mosca e su Instagram, invece si trovò davanti una ragazza davvero bella — scolpita con precisione e armonia nel legno scuro, con occhi vivi e intelligenti, vestita senza essere né pudica né volgare: semplicemente una figa. In lei non c’era neanche una goccia di finzione. Ci si poteva innamorare eccome, soprattutto quando hai ventisette anni.

— Oh.

— È una bomba, vero?

— Una bomba — disse Maksim, applicando con timidezza il termine giovanile.

— Una vera dea — si rallegrò Kirjuha.

— Che lavoro fa? — non riuscì a trattenersi dal chiedere Maksim, da genitore.

— Fa la dj. Super alla moda. Super in gamba. E super carina. Proprio top.

— E allora? Auguri e figli maschi, direi?

— Dai, non corriamo troppo — ridacchiò Kirill. — Per non tirarcela.

Maksim gli infilò una mano tra i folti capelli e glieli scompigliò. Erano proprio come i suoi, quando aveva vent’anni.

Mise davanti a Kirill la frittata fumante — per niente bruciata, nonostante le distrazioni, morbida al punto giusto, da maestro. Kirill si sedette, ne tagliò un pezzo e chiuse gli occhi per il piacere.

E all’improvviso fu come se qualcuno avesse dato a Maksim un colpetto sulla nuca con un dito.

Si voltò: Uljana era lì, in penombra, nel corridoio. Gli lanciò un’occhiataccia, borbottò qualcosa e si rintanò. Roba da matti.

• • •

Il velo se l’era portato comunque dietro, l’aveva appallottolato e infilato in borsa. Come un talismano, forse. O magari l’operazione sarebbe durata poco. L’avrebbero finita e lei sarebbe stata di nuovo lì, pronta. Se il vice primario aveva promesso che avrebbero fissato la registrazione per mezzogiorno, magari per le dodici avrebbero già concluso e sarebbe andato tutto secondo i piani.

Naturalmente aveva subito scritto ad Artur Ivanovič per chiedergli spiegazioni, ma i messaggi non partivano e non riusciva a raggiungerlo al telefono. Dopo il secondo tentativo Uljana si era trattenuta da sola, per paura di sembrare una str***a e spaventarlo. Non doveva sommergerlo di messaggi su Telegram: doveva rimboccarsi le maniche, correre lì da lui in ambulatorio e fargli tutte le domande di persona.

Cancellò il superfluo, salutò ringhiando qualcosa di cupo verso la cucina, sbatté la porta e uscì di corsa senza fare colazione. Loro, in cucina, avevano fatto finta che il giorno prima non fosse successo niente: è facile dimenticare un’offesa quando sei tu ad aver offeso.

Din! Le arrivò un messaggio di Tatjana Nikolaevna: «Che treno devo prendere?» Ma Uljana non lo lesse, fece finta di essere cieca. Aspetterai. Io ho aspettato, e aspetterai anche tu.

Sull’asfalto c’erano pozzanghere: a quanto pare aveva piovuto poco prima dell’alba. L’aria si era rinfrescata, era diventata tagliente. Sopra di lei il cielo era tutto impastato di lana di vetro, non si capiva nemmeno se da qualche parte ci fosse il sole. Uljana saltava le pozzanghere correndo verso la metro e intanto pensava: che razza di segno era? Buono o cattivo?

In tutto vedeva dei segni. Nel Perekrestok non c’era più lo champagne da matrimonio che sperava di comprare: era finito, se l’erano portato via tutto. In metro un invalido si trascinava per il vagone chiedendo l’elemosina. L’autobus stava già partendo, ma frenò e alla fine fece salire Uljana. Il cielo si era gonfiato, il vento faceva vorticare cartacce e foglie strappate, come se stesse per scatenarsi un vero uragano; gli alberelli piantati da poco si piegavano, ma cadeva solo qualche goccia, plumbea, e il vero acquazzone aspettava che Uljana arrivasse all’ingresso dell’ospedale. Che cosa significava tutto questo per lei e per Saša?

Un ottobre in pieno luglio aveva spezzato qualcosa a Odincovo: senza sole era diventata grigia, e l’uragano in arrivo le aveva strappato di dosso, come una rete mimetica, tutta la sua languida estate, mettendone a nudo la natura di guarnigione: caserme e infermerie.

Scese e corse fin lì.

Saša era chissà dove, sotto i ferri, anestetizzato, e il pass che lui le aveva fatto fare era ancora valido. Il cortile era vuoto, tutti aspettavano che da un momento all’altro venisse giù il diluvio; solo sotto le tettoie fumavano persone in pigiama blu e persone in camice bianco.

Riuscì a intrufolarsi nell’edificio dove si riunivano i dirigenti e si mise in fila, una fila di persone in carne e ossa, per il vice primario. Aveva un sacchetto in mano, dentro un sacchetto di caramelle e una bomba di champagne. Si era riempita di cioccolato per non perdere la testa davanti ai pezzi grossi a stomaco vuoto. Faceva frusciare con discrezione le cartine delle caramelle e le nascondeva in borsa: l’ospedale era rigoroso, sterile, non c’era un posto dove buttare neanche un pezzetto di carta.

L’attesa le parve interminabile.

— Buongiorno, Artur Ivanovič. È tutta la mattina che… Sono Uljana, Uljana Careva, la fidanzata di Lazarenko. Per la registrazione del matrimonio? Le ho mandato la foto, il certificato… della gravidanza.

— Ah? Sì — disse guardandola come se non la riconoscesse. — E allora?

— Per oggi, alle dodici, avevamo fissato la registrazione. Il matrimonio.

— Benissimo. Le faccio le mie congratulazioni. Ma che cosa…

— L’hanno portato a operare. Dovevano farlo dopodomani… Lei aveva detto a mezzogiorno, ma lui non c’è. È stato lei a fissarmelo, Artur Ivanovič. Sono venuta fin qui, ho portato lo champagne… Come una scema.

Si strofinò la pelata con il palmo paffuto, come se stesse lisciando un ciuffo inesistente.

— Ah! Lazarenko… Lazarenko. Neurochirurgia? Sì, sì…

Sollevò la cornetta, borbottò qualcosa e guardò fuori dalla finestra. La finestra dava sulla chiesa dell’ospedale, sulla cupola con la croce. Lo studio di Artur Ivanovič era più piccolo di quello del suo capo, ma aveva un’aria più vissuta, più abitata.

— Già. Sì. Ho capito — posò il telefono e si voltò verso Uljana. — Sì. Gli hanno fissato l’intervento. L’ha deciso il chirurgo insieme al medico curante.

— Ma noi ci eravamo messi d’accordo…

Lui aggrottò la fronte rotonda.

— Uljana?..

— Konstantinovna.

— Uljana Konstantinovna! — Artur Ivanovič le rivolse un sorriso cortese. — Posso farle una domanda personale? Lei che cosa preferisce: sposarsi o restare vedova?

— Ma avevamo comunque programmato tutto… — ripeté Uljana con voce meccanica. — Per mezzogiorno.

— Glielo ripeto: questo non è un palazzo delle nozze. Il nostro compito è curare il suo fidanzato. Per quanto possibile. Se il consulto decide per un intervento urgente, tutti gli altri piani che cosa facciamo? Li mettiamo in pausa.

— E quanto è grave? — chiese Uljana, spaventata.

— Abbastanza. Si è aperta un’emorragia interna, hanno deciso di fare tutto subito.

Per un secondo tutta quella faccenda delle nozze smise di sembrarle importante e possibile. Per un secondo capì che Saša poteva morire sul serio, magari proprio quel giorno. Fu come se nello studio avessero tirato le tende alla finestra.

— E com’è… l’intervento?

— Be’, per ora pare che vada secondo i piani.

E non appena la tensione si allentò, non appena il sollievo la investì, Uljana sentì subito di nuovo il bisogno di ottenere quello per cui era venuta. Immediatamente.

— Ma oggi riusciamo ancora a sposarci?

Il vice scosse la testa e la guardò come una deficiente, senza un briciolo di tenerezza; aveva fatto male a scambiarlo per uno dei suoi.

— L’intervento durerà sette ore e mezza. È un’operazione pesante, capisce? Dopo l’intervento — speriamo e preghiamo che vada bene — il paziente verrà trasferito in terapia intensiva, dove rimarrà sedato, privo di conoscenza. Capisce che cosa significa?

— Che cosa?

— Che oggi non potrete assolutamente registrare il vostro matrimonio. E nemmeno domani. E in rianimazione, ovviamente, non verrà nessuno a sposarvi. Dovrete aspettare.

Intrecciò le dita e guardò Uljana con estrema attenzione: adesso almeno aveva capito?

— Lui ha combattuto laggiù, il mio Saša. È stato ferito. Partecipa all’operazione speciale militare. Gli spetta essere sposato il giorno stesso. È scritto dappertutto — balbettava tutto questo disperata, come formule magiche che prima funzionavano e adesso, chissà perché, avevano smesso.

— Uljana Konstantinovna. Qui sono tutti così.

Lo disse in modo tale che lei si incurvò. Quando era entrata aveva la schiena dritta, ora le si era piegata in un arco. Tutta la forza che aveva trovato in treno, nello scompartimento, quando aveva scelto la parte giusta, all’improvviso era svanita.

— E se non ce la fa? — chiese con voce roca, quasi senza emettere suono.

— Su, cerchiamo di restare ottimisti.

Le lasciò ancora un po’ di tempo per fare qualche altra domanda, ma Uljana era paralizzata. Era come se la casa in cui aveva accumulato tutto quello che si era portata dietro nella vita fosse in fiamme, e lei fissasse le lingue di fuoco, ipnotizzata, incapace di muoversi.

— Ha il mio numero, mi scriva — la riscosse lui. — Durante l’orario di lavoro.

Uljana balbettò qualcosa, si alzò e si avviò a fatica. Artur Ivanovič la seguì con lo sguardo: non compassionevole, non indifferente, ma con l’aria di un addestratore. A quel punto, però, la conversazione non poteva andare avanti; si era schiantata contro un muro di cemento.

Non si poteva fare niente, niente. Non c’era niente da fare.

Uljana si trascinò fuori nel cortile, mosse le zampette, tirò fuori la sua sigaretta elettronica: era morta. Chiese una sigaretta a un soldato ustionato e gli disse che operavano il suo fidanzato; lui le accese la sigaretta. Per la prima volta da un paio d’anni respirò davvero fumo velenoso, e le sembrò più dolce del meloncino elettronico. Sopra le chiome degli alberi galleggiavano le cupole, lucenti come monete appena coniate, ma Uljana non voleva andarci; la chiesa non è una macchina dei desideri, con Dio bisogna essere sinceri, ammesso che esista.

Il telefono vibrò.

Uljana controllò meccanicamente: Tatjana Nikolaevna. A quanto pare le aveva scritto ancora qualcosa mentre Uljana era dal medico, picchiettando con i suoi moncherini sullo schermo unto, pretendeva una risposta chiara: quando parti, allora? Quando parti?

Ma che vuoi, che ti sei attaccata addosso come una foglia bagnata?

• • •

La mattina Tatjana era ancora di buon umore, cavalcava la felicità del giorno prima, ma verso mezzogiorno di quel carburante non era rimasto che una sbornia. Uljanka non rispondeva agli sms, e ogni messaggio lasciato senza risposta stringeva un po’ di più il cappio che si avvolgeva intorno alle viscere di Tatjana: lei la gente la sentiva con le viscere, capiva da chi si poteva stare tranquilli e da chi invece arrivava una corrente d’aria. Anche il giorno prima, parlando con Uljanka, qualcosa lì dentro si era mosso, a dire il vero, ma Tatjana aveva scacciato il pensiero: non voleva rovinarsi la gioia con i dubbi. E magari aveva sbagliato.

Ma era successo anche qualcos’altro. Vitalja, del mercato edile, le aveva portato una rivista; Tatjana si era preparata il caffè del mattino a modo suo: aveva mescolato un cucchiaio e mezzo di caffè solubile con tre cucchiai di zucchero, si era seduta a sfogliare la rivista e, a pagina penultima, aveva visto una grossa pubblicità: vendesi cottage. Era di mattoni, già costruito, ma senza rifiniture, a Semenkovo, che in macchina era a una decina di minuti dalla città. Duecento metri! Duecentotre, addirittura. E costava appena dieci milioni. Per una casa del genere… Aveva cominciato a fare i conti così, tanto per sé, come ginnastica mentale. Se avesse venduto l’appartamento, restituito il mutuo e poi messo insieme tutti i risarcimenti di Saška — per la ferita grave, per l’invalidità di prima categoria e anche per il congedo dal servizio — e avesse contrattato ancora un po’ per quel cottage, sarebbe stato facile: se ne volevano disfare, sennò non avrebbero messo una pubblicità del genere! Magari avrebbero abbassato il prezzo di un milione, forse persino di un milione e mezzo. Duecento metri, mica male. Ci si poteva sistemare Saška, e anche Uljanka; e si poteva portare via dalla campagna pure sua madre. E, già che c’era, vendere la sua casupola con il terreno: avrebbe potuto raccoglierli tutti intorno a sé e vivere senza pensieri. Tutti vicini, tutti sotto i suoi occhi. Sarebbe stato più facile occuparsi di Saška, Uljanka non avrebbe fatto di testa sua e la vecchia sarebbe stata sotto controllo; era così lunga, la strada per andarla a trovare, e le era venuta a noia.

Era cominciata come una fantasia, poi l’aveva risucchiata. Ma perché chiamarla fantasia? Erano tutti soldi di Saška; davvero non avrebbe voluto fare una cosa del genere per i suoi genitori? Chi l’aveva cresciuto? I suoi genitori. E poi sarebbe stata la mamma a prendersi cura di lui. Uljanka l’avrebbero sistemata anche lei. Doveva solo farsela amica al punto che Uljana obbedisse a Tatjana come a una madre. Anzi, più che a una madre.

Le aveva mandato il primo sms quando quella mattina aveva cominciato a organizzarsi la giornata. Il secondo quando non era riuscita a telefonare a Saška, il terzo quando aveva risposto per lui quel Aleksej che divideva la stanza con lui. Le aveva risposto e le aveva raccontato tutto: avevano portato via Saška, lo avrebbero operato.

— Dimmi… Come sta, almeno?

— Niente, in linea di massima. È bello arzillo. — Gliel’aveva detto con voce calma, tranquilla, ma con la stessa calma con cui si cerca di tranquillizzare una gallina prima di spaccarle la testa con un’ascia.

— Sta male, vero? — Colto il tono, Tatjana aveva insistito.

— Di notte l’hanno portato in rianimazione, poi l’hanno mandato d’urgenza in sala operatoria.

— Gesù Cristo — aveva singhiozzato, senza aspettarselo nemmeno lei.

— Ma no, dai… Andrà tutto bene — le aveva promesso Aleksej. — È un ragazzo tosto, lui. Anche senza gambe, se la cava alla grande.

Aleksej era stato gentile con lei, forse pensava alla sua mamma.

— Grazie. Grazie, Aleša. Posso richiamarti?

— Ma sì, chiami pure.

Non si poteva mostrare a Saška che si aveva pena di lui, se no si sarebbe abbattuto; se lei avesse ceduto, anche lui si sarebbe messo a frignare, lei avrebbe cominciato a compatirlo ancora di più e per lui sarebbe stato ancora più difficile; doveva evitare che avesse pietà di sé. Tatjana non era mai stata una tenerona con lui, e non aveva intenzione di cominciare adesso. Se fai la dolce, ne tiri su una femminuccia, o peggio ancora li vizi e poi prova a tenerli a freno; o si danno all’alcol o finiscono dentro. Tirar su i maschi è una faccenda così.

Questa era una cosa. L’altra era che lui non doveva pensare che sua madre gli stesse facendo la corte, che avesse dubitato di sé e di quello che aveva fatto. Una madre ha ragione, e ha sempre ragione.

E così gli aveva scritto per informare Uljanka dell’operazione. Ma quella non si faceva viva. Prima Tatjana se l’era presa per Saška, poi, dopo il risentimento, tutto era precipitato. E pensare che le aveva raccontato che era tutta preoccupata, e poi da parte sua niente, neanche una parola. E invece lei le andava incontro, era pronta a portarla con sé; se non a vivere nel cottage, almeno a fare un salto a Mosca, poi si sarebbe visto, avrebbe valutato come si comportava. E aveva fatto uno sforzo enorme per Saška, per non ferirlo: va bene, si era affezionato a quella sua mignotta Ivanovna, ma mica era una vipera, lei. Per Saška, sì! Ma a Uljana di Saška non gliene fregava niente, forse? Guarda un po’: non chiamava lei, non chiedeva, non si degnava nemmeno di rispondere. Be’, certo, magari aveva da fare lì, chissà, di sicuro cose più divertenti. Ma che impegni aveva da non riuscire nemmeno a trovare un momento per rispondere a un sms?

Aveva resistito, resistito, poi non ce l’aveva fatta più. L’aveva chiamata.

Doveva sentirle la voce, almeno: capire che tono aveva, se era storta.

Bip, bip, bip, bip. «Buongiorno, Tatjana Nikolaevna». Aveva risposto solo al decimo tentativo. E con un tono da estranea, come se ormai non avessero più niente in comune.

— Perché non rispondi?

— Mi sa che ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. Ieri ho mangiato sushi, magari è stato quello. Sono a letto.

— Se mangiassi a casa tua… Vabbè, lasciamo stare. Pensi di rimetterti per stasera?

— Non lo so. Non possiamo aspettare fino a domani, Tatjan-Nikolavna?

Dal telefono le arrivò un grido, poi qualcuno rise. Subito dopo sembrò soffiare il vento e si sentì un fruscio.

— Chi è che se la ride, lì da te?

— È che ho la finestra aperta… Sono in cortile.

Tatjana rimase in silenzio, lasciò che il telefono di Uljanka continuasse ad ascoltare quello che succedeva intorno. Ma non accadde nient’altro; forse aveva coperto la cornetta con la mano.

— E di Saška non ti importa niente?

Uljana sospirò. Aspettò.

— Ma certo che m’importa, Tatjan-Nikolavna. So come sta.

— E da chi l’hai saputo?

— È riuscito a chiamarmi.

— Quando?

— Ieri. Dopo di lei.

Ah, ecco. A quanto pare se la stava già sbrigando lì senza di lei, senza Tatjana. Se la vedeva direttamente con lei.

— E sai cos’è successo oggi?

— Dell’operazione? Sì.

— E non vuoi andare da lui?

— Voglio, sono solo malata, Tatjan-Nikolavna — scattò Uljanka. — Che senso ha andarci oggi, se lui è lì che aspetta, poi chissà cosa, poi è in rianimazione? Tanto non mi fanno entrare da lui.

— Tu sai proprio tutto — rispose Tatjana, irritata.

— Be’, mi preoccupo anch’io, non è che ci sia solo lei al mondo!

— Lascia perdere! Rimettiti.

Chiuse la chiamata con Uljanka e si mise a pensare. Alla fine aveva cominciato a parlare come una persona, si era infuriata quando Tatjana l’aveva smascherata. E poi aveva parlato con Saška. Meno male che non era indifferente. Be’, si era avvelenata con quei suoi sushi, capita. E poi si mette a mangiare pesce crudo da incinta! Eh, si era dimenticata di rinfacciarglielo.

Pazienza. Fino a domani le brucerà.

• • •

Perché se la prendeva tanto con Uljana? Perché aveva fiutato tutto.

E per quanto ancora Uljana sarebbe riuscita a menare il can per l’aia? I sospetti ormai erano tali che la prossima volta, magari, l’avrebbero interrogata torturandola con la scossa elettrica. Uljana si era strappata altro tempo fino a domani, aveva mentito spudoratamente, ma aveva spuntato il rinvio. E a che scopo? Domani sarebbe crollato tutto comunque: tutto quello che si era immaginata sarebbe tornato a essere una zucca, porca puttana, tutto sarebbe diventato polvere. Sarebbe arrivata Tatjana Nikolaevna e, con quelle sue dita scottate, avrebbe accartocciato tutto, mandato tutto in pezzi e se l’era presa per sé. Non ti serve un’altra vita, Uljanka, e al tuo pupillo non serve nessuna vita. Dacci qua tutto, ne abbiamo più bisogno noi. Era così? E Uljana doveva semplicemente ingoiare tutto, a quanto pare? E perché? Per rispetto nei suoi confronti, forse? Certo.

Dunque doveva consegnarle tutto quello che Uljana aveva disegnato sull’acqua con il forcone, così lei poteva prenderselo? Il nuovo palazzo a Odintsovo, con quel bilocale piccolo ma accogliente, cucina-stanzetta? Eppure lì si era già trasferito un nuovo inquilino, il figlio di Saša, un golosone; ormai Uljana non si dava da fare per sé, non soltanto per sé. Aveva già spinto il suo passeggino lungo le vie dritte di Odintsovo, si era orientata tra le giostre e le sabbiere, aveva individuato il consultorio pediatrico, scoperto dov’era il Pjatočka e dov’era il mercato alimentare. Aveva già guardato Mosca, oltre il MKAD, da residente del posto, sotto un’altra luce: il bagliore notturno, un tempo irraggiungibile, ora scintillava per lei soltanto, come una finestra accesa nel buio per un moscerino infreddolito. E adesso, che aveva già tracciato i percorsi e battuto i sentieri fin là, doveva mandare tutto a puttane, questo e ogni altra cosa, solo perché l’aveva detto Tatjana Nikolaevna? E lei, Uljana, quando avrebbe cominciato a vivere?

Col cavolo.

Era arrivato il turno di Uljana: era ora di diventare qualcuno, di esserlo. Aveva aspettato a lungo, trent’anni, senza rompere i coglioni, e adesso non avrebbe più fatto marcia indietro. Perché la prossima volta poteva anche non esserci.

Si voltò e tornò da Artur Ivanovič. Doveva piegare la realtà finché ancora si piegava.

Lui la vide e non si stupì nemmeno.

— C’è qualcos’altro?

— Sono incinta, — gli disse Uljana.

— Ma mi ha mandato l’ecografia. Diciamo che lo so.

— E se non ce la fa? Saša. Devo pensarci, no? E io poi che faccio? Dove vado? Da sola con un bambino.

— Capisco, — per la prima volta le annuì con compassione.

— Ci registri il matrimonio, — insistette piano Uljana. — Ne ho pieno diritto.

— Ma non ha sentito quello che le ho detto prima? Lui è incosciente…

— Ci registri.

All’inizio aggrottò la fronte, perplesso, come se cercasse insieme a Uljana una soluzione a quel problema irrisolvibile. I loro sguardi si incrociarono, poi si scrutarono con gli occhi per assicurarsi di essersi capiti. Ora aveva tutt’altra faccia: prima pareva addormentato, adesso si era svegliato.

— Questo costerà…

— Sì.

Si alzò, si avvicinò alla porta in punta di piedi, controllò la serratura, tastò di nuovo Uljana, poi le voltò le spalle e si mise alla finestra, come se lì ci fosse qualcosa di più interessante.

— Be’, un milioncino, — disse indistintamente, voltandole la nuca.

— Cosa?

— Un milione.

— Che cosa significa? — chiese Uljana, smarrita.

— Un milione.

— Ma dove li trovo?.. — si meravigliò lei. — Mi sono rimasti appena ventisettemila rubli sulla carta.

Lui si voltò verso di lei, allargando le braccia; aveva un’espressione compassionevole.

— Be’, purtroppo tanto costa. E perché mi guarda così? Non me li metto in tasca io. Bisogna coinvolgere un sacco di gente, e a tutti va dato qualcosa, — cominciò a spiegare Artur Ivanovič, a voce bassissima, con dolcezza, come a scusarsi. — Che cosa mi sta chiedendo?

— Le chiedo di registrare il matrimonio con il mio fidanzato, — insistette Uljana.

— Mi sta chiedendo di commettere un abuso d’ufficio. Il paziente è incosciente. Come può esprimere il proprio consenso al matrimonio?

— Potrebbe riprendere conoscenza per un secondo e…

— Purtroppo non funziona così. È una procedura! Ci sono un sacco di occhi. E di bocche. Gli impiegati dell’anagrafe, il personale dell’ospedale, — Artur Ivanovič prese a elencare ogni cosa con la stessa aria colpevole e imbarazzata. — I superiori diretti, gli organi di controllo… Capisce, se fosse una cosa tra me e lei, sarei felicissimo di registrarla gratis. Come prevede la legge. Ma quello che mi chiede non è legale. Non è soltanto un abuso d’ufficio…

A quel punto tornò alla scrivania, si chinò verso Uljana e continuò a mormorare, con voce insinuante: non la accusava, non la ricattava; ormai era diventato suo complice e, da socio, le spiegava con franchezza e confidenza tutto il meccanismo.

— Io vengo da Vologda, viviamo a Vologda. Arriviamo a malapena da uno stipendio all’altro, quarantamila, — disse Uljana, impotente. — E dove li trovo, tutti questi soldi?

— Se li faccia prestare, — le consigliò Artur Ivanovič.

— Da chi? E in un giorno, così?! — si disperò Uljana.

— Qualcuno lo trova. Il mondo non è privo di brave persone.

Si mise dalla parte di Uljana, si accovacciò accanto a lei e le sussurrò cospiratorio:

— Le spettano cinque milioni, forse anche di più. Non riuscirebbe a farsi prestare un milione?

Uljana voleva protestare, ma lui si era già alzato e la stava aiutando a rimettersi in piedi; già la accompagnava all’uscita, tenendola abbracciata, perché le gambe le si intrecciavano da sole.

— E non tiri troppo per le lunghe… Ma che cosa sto dicendo, vero? Naturalmente capisce benissimo anche da sola.

Lei annuì: capisco. L’aveva ipnotizzata.

Mise il naso fuori e trovò un’inondazione. L’estate si era ripiegata su se stessa, la pioggia obliqua sferzava come un filo d’acciaio, gli alberi si incurvavano ad arco, sacchetti bianchi volavano su dal cortile dell’ospedale in un vortice verso il cielo nero. L’aria si era fatta tesa, più densa dell’acqua; non lasciava passare Uljana, la respingeva.

Senza ombrello, ancora in abito da sposa e sui tacchi a spillo, si precipitò verso la fermata guadando ruscelli di fango. Si inzuppò tutta, rabbrividì come un cagnolino, aspettò a stento l’autobus che arrivò navigando in quelle correnti torbide, ci saltò dentro, si appoggiò al finestrino e si afflosciò.

Ecco, voleva che le dicessero quanto costava, e gliel’avevano detto.

Cambiare vita costava più di quanto lei avesse mai posseduto. Ecco i prezzi che chiedevano, lì nella loro Mosca. Torna pure alla tua Vologda, Uljančik, nella tua tana.

La pioggia tamburellava sul tetto di lamiera, i tergicristalli non riuscivano a spostare tutta quell’acqua, e davanti, sopra Mosca, i fulmini balenavano in intere reti, come se al cielo fosse andato in corto circuito l’impianto elettrico.

Uljana era miserabile, sporca, come la lanugine di pioppo schiacciata nel fango dalla pioggia. Impotente.

E se invece andasse tutto bene?

Saša si sarebbe ripreso, Uljana l’avrebbe convinto a mettersi insieme contro sua madre, a prendere le sue difese. L’avrebbe fatto? Chi era la sua vera padrona? Di certo non Uljana. Sarebbe arrivata sua madre, gli avrebbe dato uno strattone al guinzaglio e avrebbe gridato «a cuccia!», e lui si sarebbe rintanato di nuovo, come l’altra volta. Ecco il suo «andrà tutto bene». Oppure cosa? L’avrebbe accettata, ma alle sue condizioni; e Uljana, per quella benedizione, sarebbe finita a servizio di Tatjana Nikolaevna per tutta la vita. Le era già venuto il voltastomaco al solo pensiero.

E se fosse morto? Senza riprendere conoscenza.

Il diluvio si abbatteva, ma respirare non diventava più facile. Viaggiava come in un acquario. Afoso fuori, afoso dentro. I vetri erano appannati come se trasportassero un’intera macchina di ubriachi. Uljana fissava ottusamente il finestrino appannato e con l’unghia appena smaltata tracciava lentamente sul vetro la parola scintillante «CAZZO».

In metropolitana ondeggiava a destra e a sinistra sulle curve sotterranee, insieme all’intero vagone: era pieno di gente uguale a lei, tutto il treno. Avevano tutti la schiena flessibile, tutti sbandavano. Nessuno guardava nessuno, sapevano che non c’era niente da vedere. Tutti avevano lo sguardo rivolto dentro di sé; chi guardava il telefono, lo faceva con prudenza, tenendo d’occhio i vicini. I vagoni erano decorati con pubblicità per il servizio militare a contratto.

Dalla metro a casa Uljana non corse nemmeno: tanto era già fradicia, non faceva differenza. Lungo i marciapiedi scorrevano torrenti impetuosi come i canali d’irrigazione dei villaggi dell’Asia centrale. Sembravano così profondi che ci si sarebbe potuti annegare senza difficoltà.

Poi però si infilò sotto una doccia bollente, e la doccia le rimise almeno un po’ in circolo il sangue, le ricaricò Uljana di ostinazione. Poteva ancora lottare un pochino, dibattersi ancora un po’. Artur Ivanovič, naturalmente, aveva avuto ragione su tutto: per esempio, sul fatto che Uljana avesse davvero qualcuno a cui chiedere un prestito. Ora doveva andare fino in fondo, senza mollare, visto che era già arrivata così lontano. Tentare ancora una volta la fortuna.

Ieri avevano litigato, sì. Ma comunque l’avevano accolta, le avevano dato da mangiare a cena, le avevano persino chiesto di Saša; lo zio Maksim a denti stretti, ma la zia Marina con sincera partecipazione. Uljana sentiva che la zia Marina provava pena per lei. Certe cose le capisci dalla voce, dallo sguardo: una persona ti vede il sangue e ti perdona come si perdona in famiglia, perché per lei la famiglia conta più di una politica qualsiasi. E poi l’aveva detto anche lei. La speranza aveva cominciato a tubare piano nel petto. La mamma e zia Marina si volevano bene, da bambine giocavano insieme in campagna. Lo zio Maksim era un caso disperato, ma forse con zia Marina si poteva ragionare. Era buona. E magari anche lui avrebbe avuto pietà di Uljana? Non era mica del tutto senza cuore, anche se il giorno prima aveva fatto il delatore. Dopotutto lei era incinta.

E Uljana non aveva nessun altro a cui rivolgersi.

Aspettò zia Marina. Andò in cucina a prendere il tè con lei. Come una gatta incinta che torna da una scappatella e si strofina contro le gambe dei padroni perché le riempiano la ciotola, pensò tra sé.

— Ciao, Uljáš, come stai?

— Così… Zia Marin. Posso… chiedervi dei soldi? In prestito.

— Ma certo, naturalmente… — si affrettò a dire zia Marina. — Aspetti? Vado a prendere il portafoglio. O preferisci che te li mandi sulla carta?

— No, mi servono contanti…

— Quanto? Ti bastano ventimila? Trentamila? Non so quanto ho…

— Zia Marin. Mi serve un milione.

— Quanto?..

— Un milione. Di rubli, intendo, — le sorrise Uljana come meglio poté.

Zia Marina rimase bloccata sulla porta, aggrottò le sopracciglia, poi tornò da Uljana e si sedette.

— Perché ti serve tanto, Uljáš? Va tutto bene? Cioè…

— Non va bene per niente, zia Marin, — il sorriso le si era come incollato alla faccia e le impediva di parlare. — All’ospedale mi chiedono una tangente, devo pagarla.

— Che orrore… Ma per cosa ti chiedono una tangente, Uljáš?

— Per registrare il matrimonio con Saša. Senza soldi non ci registrano. Non ci fanno sposare.

— Ma com’è possibile? — non ci credette zia Marina.

— È così. Lui è incosciente. Oggi l’hanno operato, credo.

— E com’è andata?

— Non me lo dicono, a quanto pare non sono nessuno per lui. In terapia intensiva rispondono solo ai parenti.

Zia Marina si stancò di guardare Uljana; esaminò la tazza, il piatto, la bottiglia di cognac.

— Però un milione… Chiedere un milione per una cosa del genere. Ma sono impazziti del tutto?

— Ve li restituirò.

Glielo promise con sicurezza, e soltanto dopo si chiese: e quando mai li avrebbe restituiti? Zia Marina le lanciò subito un’occhiata e poi smise di guardarla, più in fretta di quanto Uljana potesse accorgersene. Ma Uljana si accorse di tutto, lesse la domanda: e da dove li tirerai fuori, quei soldi?

— Alle mogli spetta un risarcimento, semplicemente.

— Dio ce ne scampi…

Zia Marina si raccolse, le accarezzò le dita, come aveva fatto l’altra volta. Erano fredde. E le tremò una palpebra.

— Io… Quando torna Maksim, ne parlerò con lui, va bene? Lo capiamo tutti. Lo capiamo tutti.

• • •

Finché Saška non si era fatto vivo, da Tatjana non dipendeva niente. Era andata all’ufficio di reclutamento, si era fatta registrare, aveva posto tutte le sue solite domande: si era tolta il peso dalla coscienza, e poi, torna a casa. L’esercito se ne occupava, sì, anche se l’aveva rimbalzata; ma almeno si assumeva tutta la responsabilità del destino di suo figlio: ci pensiamo noi, non mettetevi in mezzo. E lei era tornata a casa a incollare la carta da parati: aveva fatto quel che poteva, cos’altro poteva fare?

Ma quando Saška era stato ritrovato, il peso si era riversato anche sulle spalle di Tatjana. Ora sapeva dov’era, e non riusciva più a incollare la carta dritta. Come sarà andata la sua operazione? Com’è andata? Doveva chiedere.

Si mise a scrivere a quel Aleksej. Dormiva, forse? Non rispondeva. Mandò un messaggio a Uljanka, ma anche lei non volle saperne. Sgridò Vitalja perché aveva le mani al culo, e Svetka perché si era truccata come una puttana. Il manzo era già cotto; Tatjana aveva schiumato il brodo e buttato dentro le patate, ma nessuno rispondeva. Tutta la famiglia si era nascosta da Tatjana come scarafaggi, per non avere rogne.

In compenso, nel silenzio si pensava meglio.

Dunque Uljanka sapeva già tutto di Saška. E ci aveva parlato. E se Tatjana non gliel’avesse chiesto, lei non avrebbe confessato. E perché non avrebbe dovuto dirlo a Tatjana? E poi, che tempismo, si era avvelenata mangiando sushi, da incinta. Anche Tatjana sapeva che in gravidanza non si può mangiare pesce crudo, eppure quando aveva partorito lei il sushi non esisteva nemmeno. Uljanka, tutta moderna com’era, non ci arrivava?

E allora cos’era? Cos’era, dunque?

Nel frattempo tritò il cavolo e chiamò Aleksej. Continuò a chiamare ostinatamente, finché lui non si stufò di sentire il telefono vibrare. Aspettò e insistette: lui rispose.

— Pronto. Aleša?

— Sono qui.

— Senti… Come sta il mio Saška? Non l’hanno ancora portato lì?

— Ma dove dovrebbero portarlo? Prima deve stare in terapia intensiva.

— E non sai com’è andata?

— Non ci informano.

A Tatjana si seccò la bocca; masticò per inumidirla. Aleksej fece un po’ di respiro rumoroso, poi ebbe pietà di lei e aggiunse:

— Be’, le sue cose sono qui. Se fosse andato storto qualcosa, avrebbero buttato via le sue cose e portato qualcun altro. Quindi è vivo.

— Oh, grazie a Dio. Grazie, Alešen’ka.

— Ma non si preoccupi così tanto. Qui ne rimettono in piedi anche di peggio.

— E come si fa a non preoccuparsi… Quando avrai figli tuoi…

— I mocciosi? — rispose dopo una pausa. — Ma io ce li ho già.

— E allora ecco. Quanti? Figli?

— Be’, due.

— Maschietti?

— Bambine. Tre e cinque anni.

— Sono venuti a trovarti?

— È venuta mia moglie, ma ai bambini ho detto di non portarli. A che cazzo serviva? — Aleksej tirò su col naso, rumorosamente. — Poi magari si sognano tutte quelle schifezze.

Tatjana sospirò.

— Be’… E il mio Saška, come sta? Non si sente solo, senza nessuno? Volevo già venire, ma ho dovuto rimandare. E adesso c’è stata l’operazione…

Aleksej ridacchiò dall’altra parte del filo, sputò. Rispose a qualcuno lì accanto, in modo incomprensibile. Poi tornò a parlare con Tatjana.

— Ma perché dovrebbe essere solo? Non è solo. C’è la sua fidanzata di turno.

— Quale fidanzata? — Tatjana si gelò.

— La sua. Alta, magrolina. Non vi conoscete?

— Uljanka?

— Ecco, sì. Stavo per dire Jul’ka, invece è Ul’ka. È venuta qui per sposarlo, no? Venite al matrimonio, almeno?

E finiva lì.

E di nuovo il casino, il capoten, gridò a Svetka di comprare i biglietti per Mosca, ma Svetka era già sparita chissà dove e non rispondeva al telefono, e anche quella stronza, naturalmente, non rispondeva: Tatjana l’aveva chiamata almeno cento volte, niente. Non riuscì a trattenersi e le scrisse: «Io con te mi comporto da persona, e tu con me come, eh, bastarda?!»

Ma come si fa?! Come si può ancora fidarsi della gente, dopo una cosa del genere? E il cottage immaginato, dove tutti vivevano in pace fianco a fianco, cominciò subito a crollare; e poi c’era qualcosa di peggio: la paura che Uljanka portasse via il figlio a sua madre. Perché se era capace di una cosa simile — prenderlo, ingannarlo, andarci di nascosto, sposarlo a tutti i costi — cos’altro avrebbe fatto? Poi avrebbe convinto Saška che sua madre non era sua madre, se lo sarebbe preso e l’avrebbe nascosto; e lui era maggiorenne, cosa poteva fare Tatjana se lui era sposato? Uljanka gli avrebbe di sicuro cantato chissà cosa, gli avrebbe riempito la testa, così che avrebbe rinnegato sua madre e suo padre; e già il mutuo era una cosa, ma lei magari sarebbe riuscita addirittura ad allontanarlo dalla famiglia, non sia mai!

Tatjana cominciò a pretendere che Vitalij la portasse alla stazione, che partisse quella stessa sera con il treno notturno, ma lui, figurati, si mise a gridare che in quelle condizioni non l’avrebbe lasciata andare. Tatjana stava già per mettersi a lottare con lui, ma le girò la testa, si sedette sul divano e rimase lì: tutto le ronzava, volavano moscerini infuocati. Aveva appena cominciato a sentirsi un po’ meglio che entrarono degli uomini in tuta blu: Vitalja aveva chiamato l’ambulanza. Le misurarono la pressione, che schizzava alle stelle; ecco a cosa serviva il capoten, non faceva effetto neanche quello. Le dissero di stare seduta, che a Mosca non ce l’avrebbero fatta andare per niente al mondo; e se avesse continuato a fare storie, l’avrebbero portata via con l’ambulanza. A essere sinceri, invece di passare la notte in treno avrebbe dovuto stare in ospedale, sotto osservazione. Va bene, fece finta di essere mansueta, le conficcarono un ago grosso nella piega del gomito; la dottoressa era una ragazzina, ci prese a malapena, poi le misero una flebo e sembrò che andasse un po’ meglio. Le proibirono categoricamente di partire di notte; per domani, dissero, avrebbe potuto decidere da sola.

Insomma, Tatjana si arrese solo all’ambulanza. L’ambulanza ne sapeva di più.

Scrisse a Svetka di prenderle un biglietto per la mattina, il primo in assoluto, anche quello delle sei andava bene. Accese la televisione e si mise a guardare, ma c’era «Sposiamoci». Porca miseria.

• • •

Maksim sfrecciava sulla sua «Ašesta», che aveva visto tempi migliori, nelle acque torbide del Terzo Anello e pensava: non farà in tempo ad asciugarsi tutto quanto, che domattina le autobotti ripartiranno comunque. Quelle maledette autobotti raschiavano Mosca dalla mattina alla sera; le autorità cittadine avevano una specie di patologica smania di pulizia, al limite dell’ossessione. Raschiano, raschiano, raschiano… Ma da cosa si stanno ripulendo? Si sa da cosa. Dallo stesso da cui tua moglie si nasconde tra i cespugli; e tu, sul serio, fai domande come un idiota. Su, sii sincero con lei, e allora sii sincero anche con te stesso. Il vostro bilancio è comune, dopotutto, e poi bisogna vedere di chi sono più soldi.

Chiamò Kirjuha: com’era andata la seconda fase dei colloqui?

— Ascolta… Be’, proprio il top. Mi è capitata una tipa in gamba, una specie di psicologa, o qualcosa del genere… Io scherzavo e lei rideva, scherzava anche lei… Ha detto novanta su cento, mi prendono, manca solo il boss finale… Mi chiameranno, mi faranno sapere.

— Be’… Speriamo. Ceni a casa con noi?

— No, papino… Sono qui con i ragazzi. Poi vogliamo andare in un localino, e dopo in un clubbettino. Bisogna pur festeggiare in qualche modo!

— Non è un po’ presto per festeggiare? Tu, certo… — borbottò Maksim. — Ma dove la metti tutta quella roba… Potevi startene a casa. Con questo tempo, e tu…

— Me ne starò seduto quando sarò in pensione. E tu?

— Sulla Treshka. Cerco di trascinarmi a casa. È tutto bloccato per via dell’uragano. Mi raccomando, stai lontano dagli alberi. Ne hanno già schiacciati due, hai visto al telegiornale?

— Okay, pa’.

Maksim rigirò in mano il telefono ormai muto e lo buttò sul sedile accanto.

Le auto arrancavano a fatica, l’acqua arrivava quasi a metà ruota: ormai gli scarichi erano tutti decorativi, tanto si erano dati da fare a riqualificare; in compenso, il centro era diventato tutto granito e grandiosità. Posavano granito ovunque, dello stesso colore di quello della Fiamma Eterna; veniva fuori una cosa solenne, ma con un’aria da memoriale di guerra, da cimitero.

Negli anni Zero, quando lo zar e i boiardi erano ancora giovani, cinquantenni, volevano tutto: tanti soldi, belle donne, completi italiani, macchine costose, buon cibo. Allora tutto questo non era vietato neanche alla gente comune. Erano anni belli, gli Zero, pensava Maksim, anche se la città era tutta lordata in modo sistematico: insegne variopinte dappertutto, tutti cercavano di comprare qualcosa e di vendere qualcosa, ci si dava fastidio a vicenda… Però allora a Mosca pulsava un’energia libidica furiosa… Come in Maksim. E adesso avevano tolto la pubblicità più sfrenata, abbattuto i chioschi, le insegne erano tutte sobrie, le lettere dello stesso colore delle facciate… E poi tutto questo… Piastrelle, granito, austerità. Vecchiaia.

Marina gli aveva spiegato quale fosse il loro progetto, quando avevano ripulito la città dal bazar di Lužkov: un remake dell’impero staliniano. Volevano collocare esteticamente i moscoviti in una sorta di placidi anni Cinquanta, lasciando però trasparire e percepire, dietro quella estetica, i ruggenti anni Trenta. Bisognava liberare Mosca dai prodotti dell’attività umana, cresciuti come muschio o conchiglie sui progetti dell’attività statale. Bisognava far ricordare alla gentaglia qual era il suo posto, visto che negli anni Novanta aveva alzato un po’ troppo la cresta.

Ma un conto era il progetto, un altro la sua realizzazione, che era venuta fuori storta, perché l’avevano affidata, come tutto il resto, ai ladri, e quelli ai manovali incapaci. Però erano dei loro. E il risultato era quello: sulla carta sembrava tutto solido, ma in pratica non funzionava un cazzo. Avevano speso miliardi per quelle piastrelle, per quel granito, ma non avevano progettato come si deve le fognature. E così tutta la merda ci restava impigliata. E perciò anche in tutto il resto la merda traboccava.

La gente se ne stava in coda, docile e silenziosa. Negli anni Novanta avrebbero suonato tutti il clacson, pensò Maksim. Negli anni Novanta tutti avevano fretta di andare da qualche parte. Adesso invece stavano tutti chini sui loro smartphone e sopportavano. O avevano imparato di nuovo a sopportare, o non c’era più nessun posto dove andare di corsa.

O forse, pensò Maksim, le fogne che non funzionavano non erano un bug, per così dire, ma una feature? E se, rifacendo Mosca, avessero tappato apposta gli scarichi, così da farla affogare tutta nella merda, fino a lasciare spuntare solo la cima dell’Ararat-Hyatt? E se ormai anche loro fossero stufi di tutto quanto?

Marina lo chiamò, interrompendogli il filo dei pensieri.

— Ciao. A che punto sei?

— Cenate senza di me, Marin. Qui è il collasso.

— Non ceno senza di te. Ho comprato delle polpette Azbuka, sono proprio buone. Quando stai per parcheggiare, chiamami e le riscaldo.

— D’accordo.

— Ti bacio.

— Anch’io.

Era perdonato, dunque, per la scappatella del giorno prima? Sembrava proprio di sì. L’aveva chiamato lei, e c’erano le polpette… Possibile che non ci sarebbe stata nessuna punizione? Il giorno prima sembrava che non gli avrebbe rivolto la parola per un mese.

D’altra parte, dove potevano andare ormai, l’uno senza l’altra? Probabilmente avrebbe dovuto pagare un prezzo — simbolico. Ma poi tutto sarebbe stato dimenticato, perché Marina non aveva nessun posto dove andare lontano da Maksim, e Maksim non aveva nessuna voglia di andarsene da Marina. Chiamatelo amore, se non c’è una parola più adatta.

Sulla strada giacevano pioppi spezzati, ululavano le sirene degli opričniki, rimasti bloccati nello stesso ingorgo dei servi della gleba; i lampeggianti della polizia si sforzavano invano di dissipare il buio, ma nei loro riflessi blu l’enorme ventre nero della tempesta che si era abbattuta su Mosca diventava soltanto più cupo, più denso, più nero, e l’isteria degli insetti appiccicati l’uno all’altro laggiù, sulla terra, naturalmente non poteva smuoverlo neanche un poco.

Maksim ammirava il cielo che schiacciava la sua città e si chiedeva: perché siamo così ammaliati dall’Apocalisse, perché continuiamo ad aspettarla e a desiderarla, che razza di cattiva educazione è mai la nostra? Tutti quegli anni grassi, mentre il paese si ubriacava di petrolio, erano passati come in un torpore, nell’ingozzarsi smemorato; ma perché? Proprio per questo: a tutti sembrava che quella prosperità sarebbe finita presto, che il giorno dopo ti saresti svegliato e avresti scoperto che era stato solo un sogno; non poteva mica durare così a lungo, essere così dolce, e allora bisognava ficcarsene dentro ancora e ancora, prima che il sogno svanisse. E da dove veniva quell’illusorietà? Dal senso di precarietà, di immeritata fortuna di quel benessere…

Era stata la NEP a insegnarcelo, forse, che le sette vacche grasse sarebbero state inevitabilmente macellate? si domandava Maksim. O era stata la rivoluzione, che aveva confiscato tutti i risparmi del paese? Oppure avevamo un qualche complesso ancora prerivoluzionario, la convinzione che la storia ci avesse condannati alla sofferenza? Masochismo ortodosso? O veniva da Ivan il Terribile, che scatenava gli opričniki contro i boiardi troppo arroganti, per sventrarli? Ma lui, personalmente, Maksim in persona, che cosa c’entrava con Ivan il Terribile? Doveva pur esserci un sentimento impastato con la propria esperienza… Da dove veniva tutto questo? Dai racconti della nonna sugli anni di guerra e di fame? Dai ricordi d’infanzia di quando faceva la fila per un giorno intero con i genitori per comprare il salame, perché ne davano un solo bastone di cervelat a testa, e le manine di Maksim erano dunque indispensabili? Ah, il salame, il salame, simbolo sacro… Quando si poté comprare tutto il salame che si voleva, noi impazzimmo di felicità e cominciammo a divorare quel salame infinito. Bulimia consumistica, fino a vomitare. Se lo ricordava bene: lettori, videoregistratori, televisori al plasma, telefoni rigorosamente dell’ultimo modello, macchine tedesche, ancora, ancora, di più, più in fretta, prima che ci portassero via tutto.

E più ci riempivamo la pancia, più diventava difficile respirare. E più in modo vivido e minaccioso si profilava davanti a noi l’ennesimo azzeramento del ciclo, che questa volta sarebbe stato causato da chissà cosa, ma che di certo nessuno avrebbe potuto evitare. Tutto sarebbe stato portato via, tutto sarebbe bruciato nel fuoco eterno. Nell’aria si accumulava una simile premonizione, inspiegabile e inconfutabile. Come disse il classico: «I tedeschi fanno le cose, noi facciamo un cazzo di tragedia».

E tutte quelle minacce di guerra nucleare al debole Occidente, in televisione? Tutte quelle esercitazioni missilistiche, quei test, che cosa erano? Ci sguazzavano, a loro piaceva. Pensavano solo di brandire l’atomica per spaventare l’Europa e la sua mentalità razionale; pensavano solo di simulare la follia, come i delinquenti comuni di Šalamov, nella zona, che strillano sventolando un rasoio e si feriscono da soli per terrorizzare i detenuti, più grossi e più forti di loro. Ma in realtà anche loro erano ammaliati dall’Apocalisse. Avevano raggiunto, poveracci, i limiti dell’espansione materiale, si erano resi conto di aver esaurito questo mondo e ora erano pronti ad azzerarlo, pur di bruciare insieme a lui, perché erano nauseati da se stessi in modo insopportabile. Terrore esistenziale. Sindrome suicida. Delirio escatologico.

Bella formulazione, figlio di puttana. Maksim si guardò allo specchio.

Il traffico era sempre fermo.

Su Orfej passava Beethoven; se Kirjuha fosse stato sul sedile del passeggero, avrebbe detto: «Ci sta da dio con le immagini, grazie». Anche se ci aveva messo tre volte il tempo normale per arrivare a casa, con quella colonna sonora era venuta fuori una serata persino piacevole. Maksim faceva il saputello, ma in fondo anche lui era attratto dall’Apocalisse. Carne della carne del popolo, per così dire.

Quando parcheggiò, chiamò Marina e l’avvisò; da qualche parte le polpettine Azbuka cominciarono a sfrigolare accoglienti, in attesa che Maksim salisse con l’ascensore, si lavasse le mani e andasse in cucina.

La porta di Uljana era chiusa, da sotto filtrava una lama di luce. Be’, che restasse pure lì. In Maksim sguazzava appena un po’ di senso di colpa nei suoi confronti, come il deposito sul fondo di una bottiglia di vino, e soltanto per la propria insensibilità verso la sua gravidanza. Ma era facile scacciarlo: bastava ricordarsi di come aveva difeso il suo criminale. Come una pastore tedesco.

Marina lo aspettava in cucina. Lui le baciò la guancia, che era tesa. Forse non le era ancora passata la rabbia del giorno prima.

— Allora, com’era? Un incubo?

— Le tenebre avvolsero la città prediletta dal procuratore, — scherzò Maksim.

— Poveretto. Quanto ci hai messo? Tre ore? Ne vuoi? — toccò la bottiglia di whisky.

— Vai.

Marina gli versò due dita di whisky e ci mise un cubetto di ghiaccio. Maksim bevve un lungo sorso: casa, dolce casa. Vero?

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