Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
3.
E così, eccole lì: sedute sui gradini accanto al fiume verde, tracannavano birra nascondendola dai poliziotti scansafatiche. Uljanka aveva pensato di prendere una birra analcolica, ma aveva scelto quella alcolica: in fondo, una birra non gli avrebbe fatto niente, lì dentro. La accompagnavano con dei crostini, che sapevano di cibo per cani.
Lì accanto c’era un ponte grigio e basso, e proprio lì, fiero, il Primo Lampione Elettrico di Vologda, monumento a se stesso; intorno, piccioni irrequieti svolazzavano nella speranza di ricavarci la loro percentuale di kirieshki. Il fiume scorreva come un nastro trasportatore del tempo: col cazzo che ci entri due volte. Quel che è fatto è fatto.
— Non ci buttiamo — decise Kristinka per tutte e due.
— Ma ti costava tanto? — alla fine le disse Uljana.
— Ma dai! Era davvero ripugnante! Scusa eh. Tu ce l’avresti fatta?
— Ripugnante — ricordò Uljana. — Davvero. Vabbè, lasciamo perdere.
— E che farai?
— Che cazzo ne so.
Finì la birra, andò al chiosco e ne prese altre due bottiglie. Le aprì contro il bordo del marciapiede e passò a Kristinka la sua parte. Fece un gran sorso e andò di traverso. Kris si mise a ridere e sputacchiò birra; anche Uljanka scoppiò a ridere. Se ne stavano sedute così, a sghignazzare come due isteriche.
— Stronzo occhialuto — disse Uljana di Anatolij Sergeevič.
— Che vada affanculo! — convenne Kristinka.
— Proprio così.
Fecero un altro sorso a testa.
— Cazzo, magari ci fosse una vita in cui nessuno potesse licenziarti! — sospirò Uljana. — Quanto sono fottutamente stanca, mamma mia.
— Ma esiste una vita così?
— E invece sì, perché devi essere padrona di te stessa, non spaccarti la schiena per un padrone. Altrimenti passi tutta la vita a galleggiare come una merda in un buco nel ghiaccio.
— Mi assumerai quando sarai la padrona? — sorrise Kris.
— Certo che ti assumerò. Se solo avessi un posto dove assumerti.
Si scambiarono baci. Era stupido, ma per un minuto si sentirono un po’ meglio. Kris prese la mano di Uljana e le accarezzò le dita. Le nuvole si aprirono e un raggio di sole cadde a terra. Uljana lanciò qualche kirieshka ai piccioni, che tubarono felici. Per un attimo sembrò che in qualche modo si potesse ancora andare avanti.
— Ma se per caso a te salta fuori una possibilità, prima che a me… Per lavoro… Fammi un fischio, insomma — chiese Uljana.
— Okidoki.
Si abbracciarono ancora. La birra era finita, era ora di salutarsi.
— Be’, allora.
— Be’, va bene, dai.
— Già.
Si avviò verso casa e, lontana da Kris, che la tirava su come un palloncino a elio, Uljanka fu di nuovo schiacciata a terra dalla fottuta gravità. E la birra le era già evaporata, maledetta.
Era rimasta sola. Sola in tutto il cosmo.
Padrona di cosa, cazzo? Di niente. Sogna, scema.
E così il treno l’aveva investita. Era morta, e la colpa era sua. Lo sapevi che sarebbe andata così? Lo sapevi. Perché hai buttato fuori quell’uomo? Su cosa contavi? Sulla fortuna? Sulla giustizia? Al mondo non esistono né fortuna né giustizia, stupida stronza. La forza, quella sì, esiste. E i deboli vengono divorati. Quando crescerai, finalmente? Quando imparerai a ragionare?
Per strada si fermò, si sedette su una panchina e aprì il telefono.
Tutto girava e il mondo si disgregava in pezzi senza nesso. Le case basse, i cespugli verdi, le strade polverose, la gente smarrita, il cielo vuoto: tutto si era trasformato in un’assurdità, in cocci di una tazza rotta. Dietro quei frammenti, spazzati nella paletta, non si vedeva più l’insieme di prima. E a che cazzo era servito tutto? Tanto valeva buttare tutto nella spazzatura e dimenticarsene.
Si mise a cercare: «Come abortire a Vologda».
Le offerte erano tante: «Interruzione di gravidanza da 3700 rubli: miniaborto per aspirazione, farmacologico 4500 rubli, chirurgico 4000 rubli, in giornata, senza ricovero». Lesse e si sentì ancora peggio. Era tutto economico per un servizio del genere, comodo e veloce. Troppo poco per interrompere la prima gravidanza, troppo facile. Con lo stipendio di Uljana poteva farlo anche quindici volte al mese. Poteva andarci proprio oggi e zac!
E allora? Farsi ripulire le viscere con la candeggina. Farlo, dimenticare, ricominciare da capo. Rinunciare all’appartamento, tornare da sua madre, piangere per tre giorni, vabbè, tre settimane, vabbè, tre mesi. E poi ripartire da zero. Trovare un nuovo lavoro, trovare un nuovo appartamento, rimettere insieme il mondo pezzo per pezzo.
Miniaborto per aspirazione. La gola le si serrò come se qualcuno la stringesse con mani infilate in guanti di gomma puzzolenti. Mini. Per aspirazione. E quale sarebbe l’alternativa? Andare in giro col pancione, cercare dove la prendano, telefonare agli annunci? Commessa al chiosco, trentamila? Educatrice all’asilo? Trentaduemilacinquecento. Magari andare direttamente sul marciapiede?
No. Non c’era nessuno per cui tenerlo. Nessuno.
Se ci fosse stato Saša, avrebbe potuto chiedergli consiglio. Però probabilmente si sarebbe spaventato all’idea di diventare adulto e le avrebbe chiesto lui di togliere il bambino. Anche se magari avrebbe fatto il contrario e le avrebbe proibito di abortire: chissà che effetto fa la guerra sugli uomini. Ma dov’era questo Saša?
Lo chiamò. Temporaneamente non raggiungibile.
Si mangiò una tavoletta di cioccolato, la spezzò in quadretti e se li ingurgitò uno dopo l’altro.
Per fortuna ieri non aveva detto niente a sua madre. Sarebbe stato più facile fingere che non fosse successo nulla. Niente fantasie, niente ansie, niente «e se». Quel futuro non esisteva per lei, non era mai esistito; se l’era solo immaginato.
Kristinka era fortunata: per lei piangere era facile come fare pipì. Con le lacrime le usciva subito di dosso tutta la merda. Piangere era come riavviare a forza un telefono bloccato: zac, schermo nero, e poi una vita nuova, tutto funzionava, si ripartiva. Uljana invece non sapeva piangere, e la melma le si accumulava dentro; non aveva una chiusa da aprire per liberarsene tutta in una volta. Se ne stava lì a mordersi le labbra dall’interno. Le piaceva il sapore di ruggine, e le piaceva quel bruciore.
• • •
La nove arrugginita lasciò l’asfalto e, sobbalzando sugli ammortizzatori, prese a saltellare sulle buche; l’asfalto non arrivava fino a casa di sua madre, bisognava ancora zigzagare nel fango. Per fortuna era stata un’estate calda, tutto si era asciugato; ma in autunno… Una tristezza infinita.
— Le formazioni ucraine soffrono la carenza di soldati motivati: lo raccontano quelli che sono finiti prigionieri delle nostre unità, e sono sempre di più — leggeva con enfasi la radio. — A quanto dicono, le azioni brutali dei centri di reclutamento territoriale, la cosiddetta «busificazione», quando per le strade di Kiev si organizzano rastrellamenti di uomini senza badare all’età, suscitano un malcontento sempre maggiore in Ucraina. Tra coloro che vengono «busificati» in questo modo e subito spediti al fronte, senza addestramento, per mandarli agli assalti suicidi, il tasso di sopravvivenza tende allo zero. Perciò praticamente tutti cercano di disertare. Alcuni sono fortunati e finiscono vivi prigionieri dei nostri combattenti.
Vitalja stringeva il volante con entrambe le mani, Tatjana teneva al petto un sacchetto di provviste. Sua madre usciva di rado dal villaggio e nella stessa Bušuicha c’era solo un chiosco con pane e vodka; anche il negozio di alimentari del paese, a Choroševskij, aveva poca scelta.
Avevano lasciato i bambini in città, la maggiore badava al piccolo. Prima potevano mollarglieli dalla nonna per tutta l’estate: non uscivano mai dalla melma; adesso non c’era verso di trascinarceli. Erano cresciuti.
Saška sarebbe venuto con loro, se fosse stato lì. Saška adorava la sua bauska: lei l’aveva cresciuto e tirato su mentre Tatjana e Vitalja lavoravano, ognuno al proprio posto, da un turno all’altro: Vitalja alla fabbrica di riparazioni ferroviarie, Tatjana all’allevamento di polli.
Bušuicha era sparsa in modo irregolare sulle due rive del fiumiciattolo Leža, paludoso e ricoperto di canne. Le zanzare qui avevano vita facile; gli abitanti ormai non le sentivano neanche: mangiate pure, che vi devo dire. Tatjana invece ogni volta si gonfiava e le veniva prurito; per questo non amava Bušuicha. Per questo e per molte altre cose.
Bušuicha, contando anche Zimnjak e Gora, aveva circa duecento case. Ci abitavano sia i villeggianti di Vologda — un’ora di strada dalla città — sia i locali, i contadini. A Zimnjak c’erano soprattutto villette, o almeno case tinteggiate; a Gora, dove stava la casa di sua madre, c’erano izbe rivestite di assi, tutte annerite dal tempo.
Le case erano disseminate nelle radure tra le fasce di alberi; oltre i boschetti cominciavano i campi e oltre i campi di nuovo i boschi. Tutto era piatto fino all’orizzonte, come se il Signore avesse spianato la terra con un bulldozer. Doveva costruirci qualcosa, ma si era distratto per qualcosa di più interessante e, intanto, nell’attesa, ogni cosa era stata ricoperta da muffe di ogni genere.
Arrivarono a casa. Vitalja tirò il freno a mano, Tatjana grugnì mentre scendeva. Alma la guardò con indifferenza, battendo appena la coda. La porta era socchiusa; Tatjana entrò subito nell’androne: odorava di umido e propano, e vi regnava la solita penombra. I gradini che salivano alla casa erano storti e gemevano. Sul pianerottolo che portava in soffitta, dei russula erano stesi su un giornale. In un angolo aspettava una trappola per topi già armata. Tutto come cent’anni prima, quando Tatjana era una ragazzina.
Tirò verso di sé la seconda porta, quella di casa. Il soffitto basso, l’odore di zuppa di cavolo e incenso, d’aglio e di vecchiaia. Alle finestre, merletti fatti in casa. Alla parete un tappeto e un calendario del 1987. A sua madre era rimasta la mania del padre: calcolare quali anni coincidessero per date e giorni della settimana, così da appendere i vecchi calendari invece di comprarne di nuovi. Nel 1987 suo padre era ancora vivo e aveva l’aspetto della foto appesa lì; Tanja aveva appena vent’anni e immaginava tutt’altro destino, pensava che si sarebbe sposata e sarebbe fuggita da Bušuicha. Ma Bušuicha non l’aveva lasciata allontanare troppo.
— Mamma!
Non era lì. Le mosche ronzavano disperate contro il vetro, volevano uscire; sotto, il davanzale era cosparso dei corpicini secchi di quelle che avevano già cercato di sfondare la parete trasparente senza capire, con i loro minuscoli cervelli da mosca, che era una parete. Ronzava e vibrava il vecchio frigorifero sovietico, immutabile. Dalla strada cigolava l’elica dell’aeroplanino segnavento con la stella rossa, inchiodato dal padre a un palo storto; e Vitalja si schiariva la gola dopo aver tirato una boccata dalla sigaretta.
— Sarà in orto, forse… Mamma!
Quella sensazione abituale: non è che è morta? Una sensazione strana, un miscuglio di ansia, sollievo e vergogna per quel sollievo, tutto insieme, in un istante.
Girò intorno alla casa e uscì nell’orto: no, non era morta. Eccola lì, seduta sulla panchina, con la schiena appoggiata al capanno, a godersi il sole.
— Mamma! Sei diventata sorda, o cosa? Ti chiamo e ti chiamo…
— Oh. Ciao, Tanja. E a dire il vero, mi sa che sono diventata sorda.
— Mi stavo già facendo di quei film — ammise Tatjana, irritata.
— Scusami. Mi ero anche dimenticata che venivate.
— Ti abbiamo portato un po’ di provviste.
— Eh?
— Provviste! Guarda, patate, carne, cereali. Pomodori!
— Ma perché? — sua madre agitò una mano abbronzata e rugosa. — Non ho ancora finito quelli che ho, basta spendere soldi per me!
— E perché non mangi, allora? — le disse Tatjana, contrariata. — Dovresti mangiare!
— E che ne so — le sorrise sua madre, sdentata. — Non mi va.
Tatjana le stava davanti, le mani sui fianchi. L’orto, lasciato andare — qui una volta cresceva il cavolo, lì le patate — era ormai tutto pieno di erbacce, trifoglio e carici; persino le aiuole erano sparite. Quanto in fretta si riprende tutto, senza l’uomo… Un solo sentiero portava al pozzo storto. L’erba si muoveva, i capelli bianchi si muovevano, i corvi gracchiavano. La madre chiuse gli occhi e si immerse nei pensieri, come se si fosse dimenticata di avere ospiti.
— Quanto spendi, Tanja. Compri i cetrioli, compri le patate, compri i pomodori. E invece c’è l’orto… — riaprì gli occhi. — Se piantaste, avreste roba vostra. Perché comprare? No, loro compreranno. E l’orto l’hanno lasciato andare.
— A che serve l’orto, se si può comprare? — le spiegò Tatjana, come a una bambina, come a una tontina.
La madre sospirò e la guardò di sottecchi. Finalmente Tatjana si sedette accanto a lei sulla panchina. La madre si spostò per farle posto. Indicò le serre, dove ormai crescevano tarassachi e cardi, e il telo opaco era tutto strappato:
— Vedi che ne è della terra. Io da sola non ce la faccio. Se ce la facessi, qui sarebbe tutto in ordine. Ti pare una cosa? Erbacce e sterpaglia. Panace! Che tristezza. Siete diventati pigri.
Tatjana non era proprio pronta a sentirsi dire una cosa del genere.
— Mamma! Ho passato tutta la vita piegata in due su questo cazzo di orto! Posso almeno adesso non farlo?! E tu ti sei beccata il glaucoma qui, e qui è morto anche papà, ecco… Non possiamo vivere almeno noi come si deve?!
— Ma che c’entra tuo padre… Gli uomini sono fragili — la madre masticò a vuoto e schioccò le labbra. — E voi invece siete diventati ricconi.
La figlia si girò verso di lei con le spalle e il petto: la testa da sola faceva fatica a ruotare.
— Non ti va bene né così né cosà!
La madre annuì. Passò un bombo, come un piccolo drone. Sull’altra riva i cani abbaiarono, finendo per ululare. Un gatto tricolore passò lungo il confine tra il terreno di sua madre e quello del vicino.
— Si sa qualcosa di Sašenka?
— Non dicono niente — rispose Tatjana.
— Ti ricordi, qui una volta cresceva il cavolo? — la madre indicò aiuole ormai invisibili.
— Mi ricordo tutto! È cresciuto qui per tutta la mia vita!
— Ecco, dunque. Quando aveva tre anni, o giù di lì, Sašenka, andammo a raccogliere con lui le lumache dal cavolo. Era la prima volta che aiutava me e il nonno. E dovevamo metterle in un barattolo con la benzina. Lui fa: «Nonno, ma a loro piace la benzina? Puzza!» E tuo padre gli risponde: «No, lì dentro muoiono». Allora smise di metterle nel barattolo, se le infilò in tasca e poi andò dietro la staccionata a liberarle nel fosso… — Sospirò. — E che ne è stato di quel ragazzo?
— È diventato un uomo — disse Tatjana, serrando le labbra.
La madre scosse pensierosa la testa, guardando le sterpaglie.
— È quando l’hanno picchiato in polizia che è cambiato.
Tatjana si rabbuiò.
— E allora? Suo padre avrà fatto il servizio militare! Anche il mio Vitalja l’ha fatto. È un uomo o no? L’esercito, mamma!
— Ma vattene! — la scacciò con un gesto. — Non vedi la differenza?
Sentendo il proprio nome, Vitalja arrivò da loro con un secchio smaltato vuoto: già che erano venuti, dovevano fare scorta d’acqua. Si grattò il culo, con indosso i pantaloni della tuta di raso blu.
— Ciao, mamma!
Si fece strada nell’erba alta fino al melo storto, guardando con una sciocca tristezza il terreno incolto. Arrivato lì, colse una mela pallida, la morse, fece una smorfia e strizzò gli occhi, ma continuò a masticare. Poi si inoltrò ancora tra le sterpaglie, verso quelli che erano stati i cespugli di lamponi.
— Peccato per i lamponi… — borbottò da laggiù.
— E che stai borbottando? — fece Tatjana, come se non avesse capito.
— Peccato per i lamponi!
La madre lo sentì, annuì, sorrise e si rattristò anche lei. Siete proprio fatti l’uno per l’altra, pensò Tatjana, irritata.
— Oh, ma guarda! Gli dispiace per i lamponi! Non ne hai avuti abbastanza in trent’anni? Gli dispiacciono i lamponi, ma di me non gli dispiace! Non ti bastava vivere in cinque in una stanza e mezza? D’inverno dovevi andare a cagare nel capanno! Non ti bastava? Ecco, cominciate tutti e due con la stessa storia, tu e quell’altro! Vi siete fissati con questo cazzo d’orto! Ma io lo odio, lo capite o no? Lo odio! Ci siamo spaccati la schiena tutta la vita, tra cavoli, patate, diserbare, dorifore, queste vostre lumache, entrare e uscire dalle serre ogni giorno, portare l’acqua… Ma quanto si può andare avanti? Questa sarebbe la vita, secondo voi? No, però continuate a lamentarvi! Per la prima volta vivi come una persona, ogni bambino ha la sua stanza, in città, d’inverno ci sarà il riscaldamento, i soldi bastano per tutto, finalmente ci è arrivato qualcosa dal nostro amato Stato! E lui ancora con i suoi lamponi tutti bacati! Tsk!
Eppure Vitalja, mentre lei sbuffava, spogliava tranquillamente i cespugli e si ficcava le bacche in bocca. Poi frusciò verso il pozzo. Afferrò la manovella, svolse la catena e calò il secchio; da qualche parte in fondo si sentì un tonfo sordo. D’estate l’acqua si abbassava molto, adesso avrebbe tirato su solo fango. Bisognava pulire anche il pozzo di sua madre: glielo chiedeva da un pezzo, ma a Tatjana scocciava da morire mettersi a farlo. La manovella cigolò e, con la catena che sferragliava, cominciò a tirare su il secchio pieno.
— Ma era proprio necessario tutto questo? Potevate continuare a vivere piano piano con quello che avevate. Almeno era nostro, nostro — disse piano la madre. — Invece… hai barattato tutto per il mio Sašenka.
Tatjana ebbe un sussulto, come se l’avesse punta una vespa.
— Andiamo! — urlò a Vitalja, che aveva già ritirato la testa tra le spalle prima ancora di quel grido, nel momento stesso in cui la nonna aveva sputato fuori quelle parole velenose: sapeva già che la giornata era finita.
E, senza salutare né aspettare che suo marito tirasse su l’acqua, Tatjana scattò via, verso la macchina. Stava già girando l’angolo quando lanciò alla madre, senza sapere cos’altro inventarsi per ferirla:
— Ma guarda un po’ che ingrata!
L’altra non si mise a discutere. Si voltò dall’altra parte.
• • •
Per altri giorni Uljana rimase semplicemente a casa, sdraiata a letto; riusciva a trascinarsi solo fino alla cucina e al cesso. Mangiava patatine, mangiava cioccolato, mangiava salsiccia con le mani; non si lavava, scorreva i reel, scorreva, scorreva, scorreva reel: spezzoni di Comedy Club, confessioni di influencer, raccolte di incidenti, gattini adorabili, cagnolini adorabili, bambini che sparavano ogni sorta di cazzata zuccherosa, challenge di ballo, challenge di lip-sync, tutta la verità sul Covid, tutta la verità sulla SVO, tutta la verità su Putin, tutta la verità sugli alieni, altri gattini, ancora cagnolini, giraffe, tutta la verità sui pedofili, oroscopi, ricette: un flusso di spazzatura interminabile, che prima la divertiva, poi la distraeva, poi cominciò a darle la nausea, ma non la lasciava andare; le veniva da vomitare, eppure non aveva la forza di fermarsi. Poteva solo crollare addormentata per poi ricominciare la mattina. E non aveva la forza nemmeno di alzarsi per andare in clinica a fare finalmente quel miniaborto per aspirazione, per tornare vuota; così intanto quella cosa dentro cresceva, premeva, reclamava, e Uljana la ingozzava di cioccolato, la placava con le patatine, la nutriva di salsiccia.
Kris chiamava: lei rifiutava la chiamata. Con sua madre, due parole. Non aveva energie per nessuno. Le aveva consumate tutte allora: per spegnere la luce. A quanto pareva, l’aveva spenta per sé stessa.
Poi il telefono trillò di nuovo.
E per qualche motivo Uljana rispose subito, anche se il numero era sconosciuto e poteva trattarsi di truffatori. Le era venuto un tuffo al cuore: rispondi!
— Pronto… Ul… Ulka…
Non era la sua voce, era quella di qualcun altro… Come se le telefonasse dall’aldilà, attraverso un filo di rame, e lungo la strada gli si fosse seccato tutto ciò che c’era di vivo nella voce, lasciando solo un fruscio, un frusciare. Ma era proprio la sua voce, Uljana la riconobbe subito. Per la sorpresa non riuscì a prendere fiato e rispose anche lei con voce strozzata:
— Saša?
— Ulka… Ciao… Sono io… Senti… Mi sono ricordato… Mi sono ricordato il numero… Sono io… Mi hanno dato… il permesso di chiamare… È che avevo perso il mio, cazzo…
— Saša, come stai?! Dove sei?!
Si alzò in piedi sulle gambe molli, intorpidite dall’inattività, e si mise a correre per la sua gabbia. Il cuore faceva trrrr, il battito era a duecento, le budella le si attorcigliavano per il terrore: il destino si stava ribaltando, stava cambiando tutto; e Saša, Saša era vivo, e lei l’aveva già seppellito, stronza, quante volte l’aveva seppellito, e aveva raschiato via il suo bambino senza chiederglielo, e invece eccolo lì, il bambino era vivo, e si poteva ancora rimediare a tutto!
— Io… Sono qui… Credo, a Mosca.
— Che ci fai lì? Oddio, Saša, pensavo… Avevo paura… Va tutto bene?
— Io?.. Io sto bene. Mi hanno… Mi hanno ferito un po’, insomma… Sono a Mosca. Sono in ospedale.
— Perché non hai chiamato? Perché non hai scritto? Sai quanto siamo preoccupati qui!
— Davvero? — frusciò lui, smarrito. — È che mi sono appena svegliato. Stavo dormendo.
— Meno male! Meno male!
— Ulj… Verrai da me? Mi sei mancata…
— Verrò! Verrò! Ma dove devo venire?
— Ecco. Sì… Passo il telefono… A un amico. Ulj… Te lo dirà lui. È il suo numero. Ho solo bisogno di riposare un po’. Va bene?
— Saša! Ma tu…
Ma ormai il telefono era passato a un’altra persona, che disse a Uljana che Saša si trovava nella regione di Mosca, all’ospedale Višnevskij, in una sua filiale. Anche quell’uomo era strano, come Saša, ma più saldo, più sicuro di sé. Uljana si mise a correre per l’appartamento, cercando una penna per prendere nota; li supplicò di non riattaccare, fece in tempo a trovare una matita e scarabocchiò l’indirizzo e il reparto. E prima di riattaccare, quell’uomo sussurrò a Uljana che Saška era grave e che, se partiva, doveva partire subito, senza rimandare.
Poi calò il silenzio.
Uljana rimase mezz’ora sotto la doccia. Ne uscì di corsa e la prima cosa che fece fu controllare se era successo davvero. Non se l’era immaginato: era successo.
Allora chiamò sua madre. Le rovesciò addosso tutto in una volta, confondendosi e ingarbugliandosi, farfugliando, balbettando; intanto, per la prima volta, raccontava anche a se stessa la propria storia ad alta voce: non a frammenti, non per immagini, ma con parole umane. Prima Saša, poi il licenziamento, alla fine la gravidanza, poi di nuovo Saša e ancora la gravidanza.
La mamma non faceva che esclamare e compatirla. Cercava di inserirsi, ma Uljana aveva prima di tutto bisogno di vuotare il sacco, perché mica riusciva a piangere tutto quello! Le si erano tappate le orecchie, come a un gallo cedrone durante il canto; sentiva solo se stessa. Solo quando si rese conto di aver già ripetuto tutto due volte e di essere al terzo giro, si fermò a riprendere fiato.
— Ma che felicità, Uljáš… Che felicità! — disse la mamma.
— Felicità? — ripeté Uljana meccanicamente, sillaba per sillaba, dietro a sua madre.
Le sembrava piuttosto un gran casino. Come mille volt. Come buttarsi in una buca nel ghiaccio per l’Epifania. Come l’Esame di Stato unificato: se non lo passi, vai a impiccarti.
— Dicono che sia grave.
— Ma è vivo! — obiettò la mamma.
— «Grave» cosa vuol dire? Mi hanno detto di non perdere tempo.
— Be’… Chi lo sa. Non hanno detto «in fin di vita».
— Che cosa devo fare, mamma? — chiese Uljana, impotente.
Ecco, adesso non voleva decidere da sola. In quella faccenda ci si era già cotta a fuoco lento fin troppo a lungo, tutta sola. Aveva bisogno di sentire una persona più grande, più esperta.
— E che vuoi fare? Devi partire, Uljáš.
— Ho paura — ammise.
— E che puoi fare? Non partire? Aspetti suo figlio. Ce l’hai in grembo. Non c’è niente da temere. È la cosa cristiana da fare. Devi andare.
— E se muore, mamma?
— Ma figurati se muore! Non morirà. Dovete vedervi, devi sostenere quel ragazzo. Allora? Vuoi che venga con te?
— No, lascia stare.
— Digli che sei incinta. Vedrai come gli verrà subito voglia di vivere.
Rimasero entrambe in silenzio. Era strano stare zitte al telefono. Un rumore morto cominciò a riempire il loro silenzio, si accumulava; bisognava scaricarlo al più presto. Forse pensavano entrambe alla stessa cosa, ma per fortuna la mamma parlò per prima:
— Dovreste registrare il vostro matrimonio, ecco cosa.
— In che senso?
— Nel senso più letterale. Registrare la vostra unione. Sposarvi. Non capisci?
— Non lo so.
Uljana, naturalmente, capiva tutto. Ma le era difficile dirlo. Allora la mamma l’aiutò di nuovo.
— E che c’è di male? Devi crescere suo figlio. E poi, dallo Stato ti spetta qualcosa, tra l’altro. Dei sussidi. Per le famiglie dei partecipanti all’Operazione militare speciale. E se gli succedesse qualcosa…
— Hai appena detto che andrà tutto bene! — protestò Uljana.
— Ascolta… Sei adulta o no? Che Dio voglia, andrà tutto bene. E se non andasse? Come farai a educarlo, a crescerlo?
— Non voglio pensarci, ma’!
— E invece devi pensarci! Devi pensare a tutto, nelle tue condizioni — la voce della mamma si fece più ferma; a quanto pare, da genitore aveva già percorso in anticipo tre possibili scenari del destino di Uljana, li aveva calcolati e aveva emesso il suo verdetto. — Tu, adesso, chi sei per lui?
— Nessuno.
— Appunto.
Rimasero ancora ad ascoltare il silenzio della linea. Uljana sospirò.
— È che, sai, comunque… Partire per questo… È una cosa da brividi.
— Non parti per questo. Non lo fai per te.
— Già.
— E che c’è di male, Uljáš? Ti spetta! Il tuo ragazzo è un partecipante. Di fatto sei la sua fidanzata. Ti spetta, no?
— Mamma…
— Ecco, appunto, mamma. Muoviti, prima che ti cresca la pancia. E poi lo verrà a sapere anche sua madre… A lei, immagino, lo comunicheranno presto, se non l’hanno già fatto.
Al solo sentire nominare Tatjana Nikolaevna, a Uljana si riempì l’interiorità di bile e le si amareggiò la bocca. Si graffiò la pelle con le unghie. Non aveva proprio pensato a Tatjana, finché la mamma non ne aveva parlato. All’improvviso fu chiaro: doveva partire, e in fretta, altrimenti quella porticina si sarebbe richiusa, sarebbe sparita, lasciando solo un muro di mattoni; e Uljana non avrebbe più avuto nulla fra cui scegliere.
— Ma come faccio a partire? Dove vivrò, lì? Mi hanno licenziata. Sono proprio al verde.
— Potrai stare dai nostri di Mosca. Da zia Marina.
— Quand’è che li ho visti, mamma? Vent’anni fa?
— E allora? È mia sorella, in fin dei conti.
— Cugina.
— E sia, cugina. È sempre sangue.
— Pensi che mi ospiteranno?
— Ma certo che ti ospiteranno. Li chiamo io. Appena finiamo di parlare, li telefono.
— Grazie, mamma.
Ma appena la mamma riattaccò, le forze se ne andarono subito, come acqua nella sabbia. Uljana aveva ballato appesa a dei fili, sembrava viva, ma appena i fili furono mollati diventò uno straccio. Si accartocciò sul materasso e diventò lei stessa un embrione. Aveva davvero il diritto di fare tutto questo?
No, non poteva pensare che Saša potesse morire. Non poteva pensare ai soldi. Che c’entravano i soldi? I soldi non c’entravano niente.
Di notte aprì gli occhi. Cercò il telefono a tentoni e se lo avvicinò. Aprì il motore di ricerca con intelligenza artificiale che le aveva installato Kris. Si sfregò i polpastrelli. Pensava a come formulare la domanda. Le pulsavano le tempie. Guardò la luna oltre la finestra. Era piena, rossa e malaugurante. Probabilmente era stata proprio la luna a svegliarla.
Cominciò a digitare nella barra di ricerca: «Quanto spetta alle vedove dei partecipanti all’Operazione militare speciale come indennità per il funerale?», poi si vergognò della parola «funerale», fece in tempo a cambiare idea e scrisse semplicemente «indennità» prima di inviare la richiesta, senza smascherarsi davanti alla IA americana.
Quella le mise subito tutto in ordine, meglio di qualsiasi Gosuslugi. «Indennità presidenziale: 5 000 000 di rubli, da dividere tra la vedova e i genitori; indennità una tantum del Ministero della Difesa: 5 524 892 rubli, da dividere tra la vedova e i genitori; indennizzo assicurativo della OOO “Sogaz”: 3 400 000 rubli, da dividere tra i beneficiari». Se la vedova non aveva figli, le spettava un terzo; se aveva un figlio, metà del totale. Zeri, zeri, zeri. Una specie di azzeramento. Gli zeri le fecero girare la testa e le diedero la nausea.
Ma ero davvero una stronza del genere?, si chiese Uljana.
Più sotto c’erano anche le indennità regionali, da uno a cinque milioni. E poi ci avevano aggiunto qualche spicciolo. Una pensione di 11 530 rubli alla vedova, se era morto in servizio. E ancora, per la vedova, pagamenti mensili. E poi ogni sorta di agevolazione. Era una specie di miniera d’oro. Bastava sapere dove scavare.
Uljana si alzò e andò in bagno. Si fermò davanti allo specchio e si guardò con stupore. Chi sei? Si mollò uno schiaffo: forse per svegliarsi dal dolore, forse per sentirsi viva grazie al dolore, forse per punirsi. Ma non le fece male.
È solo che non ha voluto dividere con me, si disse Uljana.
Tatjana Nikolaevna. È solo che non ha voluto dividere con me. Ecco qual è il punto. Di sicuro quei numeri li aveva studiati prima. Ero io, la stupida superstiziosa, ad aver paura di guardare. Ma lei è una dura. Ecco perché non mi fa entrare in famiglia, non perché io fossi in un bordello… Sono tutte scuse: mi ha solo spruzzato addosso il suo veleno per paralizzarmi.
E poi, davvero Uljana aveva chiesto qualcosa che non le spettava? Aveva forse messo gli occhi su roba altrui?
No. Voleva solo che fosse fatta giustizia. Solo ciò che le spettava per legge.
Quello che le spettava. La sua parte.
Uguale.
Si svuotò, si lavò la faccia e tornò a letto. Si rigirò per tutta la notte e si addormentò solo verso l’alba. La luna rossa non le dava pace.