Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
8.
L’hanno beccata: fu la prima cosa che sentì.
Stava barando, e l’avevano colta con le mani nel sacco.
Il cuore le fece un salto e al telefono Uljana riuscì soltanto a balbettare qualcosa d’incomprensibile. Tatjana aveva capito che lei sapeva di Saša? Aveva indovinato che era già scappata a Mosca?
Tatjana Nikolaevna aveva sempre quel tono di chi sa tutto: persino le sue intonazioni erano da procuratore e lo sguardo da sbirro. Uljana era sempre stata sospetta ai suoi occhi, figuriamoci adesso…
Inspira, espira, inspira, espira; la nicotina al gusto di melone riprese a scorrere, frenò un po’ il battito e le permise almeno di ragionare. Uljana riavvolse nella mente la conversazione con Tatjana, fino all’inizio, e la riascoltò. No, non le era ancora stata mossa alcuna accusa, non l’avevano nemmeno riclassificata come indagata. Per il momento, a quanto pareva, figurava solo come testimone.
La paura, va bene, le aveva mollato la presa nelle viscere, le aveva fatto qualche carezza e promesso che sarebbe tornata più tardi. Ora era qualcos’altro a premere. A quanto pareva, Saša era tornato dall’aldilà senza dire niente a sua madre. E allora Uljana le aveva attribuito una cattiveria di troppo e una malizia di troppo. Il che significava che era stata Uljana a comportarsi da stronza, concedendo a Tatjana appena mezza giornata di vantaggio e filando per prima a Mosca, di corsa e di nascosto.
Ma in fondo tu volevi proprio che non ti chiamasse, disse una Uljana all’altra; non aspettavi che ti telefonasse, aspettavi che non lo facesse. Le avevi messo davanti una condizione così astuta che non avrebbe potuto rispettarla. L’avevi messa sul conto alla rovescia, così ogni secondo di ritardo, mentre tu già sapevi che Saša era vivo, le veniva addebitato come un debito e a te accreditato come autodifesa. Come se fosse stata lei a metterti un sacco in testa, e non tu a decidere di giocare a quel gioco.
E lei, in ogni caso, non si era limitata a condividere con te la sua gioia: era anche pronta a portarti a Mosca da Saša, a fare il viaggio in treno con te. Per quanto su tuo suggerimento. Insomma, chi è la più stronza qui?
La prima Uljana mise subito a tacere la seconda: Sai cosa? Anche io, se proprio vogliamo parlarne, non ce l’ho con lei senza motivo. Se vogliamo parlarne, i motivi c’erano eccome. È stata lei a mandarmi a raschiare via il feto, e per giunta da stronza: «Te la sbrighi da sola, non sei una bambina». E invece no; c’è stato un tempo in cui Uljana si fidava della madre di Saša, un tempo in cui era pronta ad amarla, in cui voleva parlarle e poteva raccontarle tutto; c’è stato, ed è passato. Adesso non c’è più niente. Quindi piantatela di dire cazzate: tu, Tatjana Nikolaevna, e tu, chiunque sia che parla con me con la mia voce e mi getta ombra nel plesso solare. Fottetevi tutte e due.
Si alzò dalla panchina con decisione, come se andasse all’assalto.
E si mise in marcia.
Passò a passo svelto davanti al coscritto smilzo, che sua madre accarezzava sulla testolina da castoro, davanti ai disabili scatenati, che avevano messo in fila le loro carrozzine come un trenino e sfrecciavano ridendo per il cortile, davanti all’infermiera che li riprendeva col telefono e li incitava con voce roca, davanti ai medici fumatori con buchi al posto degli occhi, davanti agli uomini che sembravano sani e che tuttavia lì tenevano per qualche motivo, e davanti a quelli a cui avevano fasciato la testa perché non si spaccasse. Attraverso tutto quel formicaio, Uljana avanzava come una regina.
Trovò a memoria il padiglione, il piano e la stanza.
Solo davanti alla stanza rallentò di nuovo, restando acquattata vicino alla porta. E per caso sentì una conversazione.
— Io non capisco, — disse Saša. — Mi è rimasto il cazzo oppure no? E non posso neanche guardare.
Che stesse scherzando o no, parlava con aria smarrita. O era semplicemente assonnato come al solito?
— E allora? Bisogna dare un’occhiata? Vuoi guardare, Leshij? — gli rispose uno dei vicini.
— Ma no, non serve, Seryj, — gracchiò quel Leshij. — Finché non controlliamo, è come il gatto di Schrödinger. C’è e non c’è allo stesso tempo. Cioè, al cinquanta per cento c’è ancora. Ma quando lo scartiamo, a quel punto non ci saranno più dubbi. Io al tuo posto mi accontenterei del cinquanta per cento. Meglio che un cazzo.
— Che gatto? — chiese Saša debolmente.
— Lascia stare. Un gatto e basta, roba di fisica. Il gatto nella scatola. Tipo, né vivo né morto.
— Proprio come me. Il cazzo di Schrödinger.
Risero.
— Ma non cagarti sotto, soldato! — disse, a quanto pare, Seryj, con una voce da zufolo per bambini. — Se serve, noi compagni chiediamo che ti trapiantino quello di qualcuno che non ha nessuno a reclamarlo. Guarda fuori dalla finestra! Vedi il fumo che esce dalla ciminiera? Sai quanti ne bruciano lì per niente?
Saša fece un risolino sommesso. Poi chiese:
— E se il cazzo è di un altro… si considera tradimento?
Pensi alle cose sbagliate! — intonò Seryj con tono didattico. — La cosa fondamentale è che te ne diano uno più grosso di quello che avevi prima. Così ci guadagni.
— Chiedi subito alla tua fidanzata di andare in rianimazione, finché è ancora caldo, e scegliersi quello che le piace.
— E anche il colore. Che t’importa, l’importante è che piaccia a lei.
— Ma non sarebbe un po’ da cornuto? — si lasciò sfuggire Leshij in un colpo di tosse.
Risero ancora. E anche Uljana, dall’altra parte della parete, sorrise. I ragazzi scherzavano. Se scherzava, significava che non aveva ancora intenzione di morire. Poi bussò allo stipite.
— Toc toc. Cercavate la fidanzata?
— Oh… — Saša arrossì persino un po’. — Stavamo giusto… Va be’, ragazzi, magari uscite a fumare un po’?
I suoi compagni di stanza sgattaiolarono fuori in corridoio, l’imbarazzo svanì e Saša tornò grigio. Ma a Uljana sorrideva tantissimo.
— Oggi ci hai messo un bel po’… Ho già sbrigato tutto, — scherzò.
— Scusami… Ero dal primario.
— E che dice? — Saša sbatté le palpebre. — Me la caverò?
— Certo che te la caverai. Dice che manca solo un altro intervento e poi è fatta. Lo faranno questa settimana. O dopodomani, o il giorno dopo ancora.
— Bene. Un’operazione in più o in meno, — annuì. — Allora che finiscano tutto per bene. E domani vieni?
— Certo che vengo! Sai cosa c’è domani? — Uljana piegò verso l’alto gli angoli della bocca e sentì una scossa correrle sulla pelle. — Domani ci sposiamo.
— Che matrimonio? — chiese Saša.
— Il nostro, — gli ricordò dolcemente e con cautela Uljana, come se gli stesse fasciando un’ustione. — L’abbiamo deciso ieri, no?
— Ah… — confermò lui, incerto.
— Ecco. Quindi domani verrò senz’altro! E dopodomani, se mi lasciano entrare. E poi sempre. Saremo marito e moglie.
— Già, — rifletté. — Senti… Ma ieri me lo sono sognato, o mi hai davvero detto che avremo un bambino?
— Davvero, — disse Uljana, e cominciò di nuovo a rendersi conto da sola che sì, era davvero così. — È proprio per questo che dobbiamo sposarci, Saša. Perché nasca nel matrimonio. Il bambino. Capisci?
La parola «bambino» le sembrò strana, stucchevole. Come se stesse imboccando il povero Saša, costretto a letto, con una medicina amara nascosta nello sciroppo di zucchero. Si rende conto di quanto sia dolce di proposito? Aggrottò la fronte.
— Ho capito tutto, mica sono scemo.
Tacquero: Uljana cercava ancora di capire come uscire da lì senza saper trovare una via d’uscita.
— È bello che ci sarà un piccolo, — l’aiutò Saša.
— Davvero?
— Sì. Se succede qualcosa, almeno resterà qualcuno.
— Saša, ma che cavolo dici?!
— No, cioè… Intendo… Per ogni evenienza.
Cominciò a guardare in basso, il lenzuolo, i moncherini. Il suo sguardo concentrato sulle gambe scomparse imbrattò l’anima di Uljana come catrame. Continuava a cercare di convincersi che quel mozzicone d’uomo fosse proprio quel Saša con cui passeggiava sul lungofiume, con cui ballava in discoteca, con cui giocava nuda a rincorrersi da ubriaca nel suo appartamento, con cui era andata di notte a nuotare nel lago in mezzo al bosco, e che aveva creduto potesse andarle bene per una vita normale.
Avrebbe voluto confortarlo, distrarlo, ma le parole le uscirono di bocca senza chiederle il permesso:
— Saša. Perché ci sei andato, laggiù?
Lui si staccò a malincuore dai suoi moncherini; gli tremarono le labbra.
— Cioè, perché hai firmato il contratto?
— Sì. Se… Se non vuoi, lascia perdere…
— Tranquilla.
Alzò verso di lei gli occhi rossi.
— Comunque non l’ho fatto per i soldi.
— Ma quando l’ho detto…
— Che me ne faccio da solo di tutti quei soldi… Che…
Lei aveva la risposta giusta a quella domanda, la tratteneva dentro di sé da quanto poteva, non suggeriva niente a Saša, ma lui ci metteva tanto a pensarci e lei era sempre più tentata, perché quell’altra Uljana, anche se l’avevano cacciata, non se n’era andata da nessuna parte e non aveva nessuna intenzione di stare zitta; continuava a piagnucolare sempre più forte. E allora la prima Uljana le rispose ad alta voce, con tutto il peso possibile, per zittirla una volta per tutte.
Tu non ne hai bisogno, lo so. Ma a tua madre sì.
Lo disse e subito se ne pentì: ma perché tirarla in ballo, aveva perso la memoria e basta, che bisogno c’era… Non poteva tenere la lingua a freno?!
Saša si rabbuiò.
— Be’… No. Cioè, sì, ai miei serve, certo. Mi avevano chiesto di guadagnare per loro, per una casa nuova… Sì… È così…
Le parole gli uscivano a fatica e lentamente, masticate con le labbra poco obbedienti; si fermava per capire lui stesso cosa intendesse prima di parlare. Uljana voleva interromperlo e cambiare argomento, passare a qualcosa di più allegro, ma lui scuoteva la testa: non interrompermi, non ho finito.
— Certo, è una figata, tutti quei soldi… Ce ne sarà per tutti. Ma io… Ecco, volevo dire un’altra cosa. Senti, Uljan… — la guardò di sottecchi. — Tu… Insomma… Mi consideri un uomo… Perché sono andato a combattere…
— Ma certo! Certo che sì!
Saša fece una smorfia.
— Faccio certi sogni… È un inferno… Mi sveglio e penso… Magari fossero solo sogni… E se invece mi ricordassi… Cosa è successo. Cosa facevano. Non capisco se è un sogno o se è successo davvero…
Gli occhi erano diventati rossi del tutto e luccicavano. Uljana gli accarezzò con cautela la tempia, il ciuffo di capelli che spuntava dalle bende.
— Ma dai!
— Sai perché ho firmato?…
Uljana lo lasciò parlare.
— Pensavo… Che lì sarei diventato… Be’… Un altro. Non quello che ero. Uno tosto. Pensavo che sarei tornato e, insomma… Nessuno mi avrebbe mai più detto niente… Nessuno avrebbe più potuto prendermi per il culo, capisci? Né gli sbirri né nessun altro. Perché se fai la SVO e torni… Nessuno potrà più dire un cazzo su di me. E tutti quegli sbirri… Mi… Mi avrebbero… Insomma. Che non sarei stato semplicemente uno dei loro, ma li avrei fatti girare tutti intorno al cazzo. La pensavo così. Stupido, eh? Sono proprio un coglione, Ulj? — gemette.
Sorrise a bocca spalancata: gli mancavano due denti. Le lacrime gli rigarono le guance. Uljana si affrettò ad asciugarle tamponandole.
— Ma che dici, Saška… Che coglione… Tu sei proprio un uomo… Un uomo vero.
— Un coglione, — fece un cenno col mento. — Un pezzo di merda senza speranza.
Uljana non poteva fare altro che accarezzargli le bende e i capelli arruffati; la rabbia per come erano andate le cose le serrava la gola. Ma doveva averlo accarezzato troppo, stretto troppo: lui si contrasse e fece «ahi».
— Senti… A proposito, — si soffiò il naso. — Non ti ricordi per caso il numero di mia madre? Non riesco a ricordarlo. Dovrei dirle che sono qui. Magari mi sta cercando?
— Sa che sei vivo! — si affrettò a dire Uljana. — L’hanno avvisata. Ti chiamerà presto.
— E come mi chiama? Dove?
— Be’, al numero che uso io.
— Sul cellulare di Leshij? E come fa a sapere il numero?
Gli effetti delle iniezioni svanivano, Saška tornava lucido.
— Oppure al reparto. Vedrai, ti chiamerà prestissimo, Saša.
— Sicuro che chiamerà? Voglio parlarle.
— Sicuro.
— Non hai il suo numero, per caso?
Una mano fredda le accarezzò la nuca; le si rizzò il sottopelo. Ebbe paura di chiedergli di cosa avrebbe parlato con sua madre. I pensieri le si erano appiccicati tutti insieme. Manovrare Saša era una faccenda penosa e meschina, ma la stessa mano fredda la afferrò per la collottola come una gatta che aveva combinato un guaio e la scrollò: forza, tiratene fuori!
— Mi si è solo scaricato il telefono, — mentì.
— Ah… — si confuse lui. — Va bene. Quando l’avrai ricaricato, le chiedi di chiamarmi?
— Certo che glielo chiedo.
Sulla porta comparvero quei due suoi amici burloni, Leshij senza braccia e Seryj con un occhio solo: erano venuti a vedere come andavano le cose.
— Allora, signora? Possiamo rientrare? Abbiamo già fumato.
— Aspettate ancora, ragazzi.
Tornarono a bighellonare in corridoio. Saša tirò fuori una mano da sotto il lenzuolo, cercò le dita di Uljana e le strinse debolmente. Aveva il palmo freddo e umido; a quanto pareva sperava che un po’ del calore di Uljana passasse a lui. Non era come quando un uomo prende una donna per mano per condurla, ma come un bambino che tende la manina per non perdersi.
Anche Uljana gli strinse il palmo tra le dita: eccomi, ti tengo, non ti lascio. Sono qui. E provò un tale disgusto per se stessa, per aver ingannato quel povero ingenuo, che decise di confessargli tutto.
— Saša. Io… Insomma, la situazione è questa. Ti dirò il suo numero, quello di tua madre, va bene? Il telefono non è scarico, ho solo… Ho detto una cazzata, scusa.
Saša si stupì.
— Perché?
— Cazzo. Come te lo spiego… Perché lei non vuole che ci sposiamo. Allora non ce l’ha permesso, ricordi? Quella volta. E io… Posso chiederti una cosa? Ti dico il suo numero, ma tu… Per favore, non dirle che sono qui, va bene?
Lui si ritrasse appena, per metterla tutta a fuoco. Aggrottò la fronte. Le dita gli si afflosciarono, come se gli avessero reciso i tendini.
Mentre lui cercava di digerire la sua richiesta, a Uljana venne in ritardo in mente come avrebbe dovuto proporgliela. Avrebbe dovuto non rovesciargli addosso tutto subito, ma mettere la conversazione in pausa e andare a fare un’ecografia; tanto bisognava farla entro domani, non li avrebbero sposati senza. E poi avrebbe dovuto cominciare il discorso con la foto in mano, la prima immagine del loro bambino. Mettere l’ecografia sulla bilancia, sul suo piatto: di sicuro avrebbe avuto un peso notevole. Ma ormai aveva perso l’occasione, incapace com’era. E le si inumidirono subito i palmi, sia per la propria stupidità sia per la propria astuzia. Pazienza, doveva andare così.
— Non glielo dirai?
— E come faccio?
— Ecco… Prima sposiamoci domani, e poi il resto… Be’. Per ora teniamolo segreto. Un segretino.
Le si contrassero gli zigomi. E il motorino nel petto cominciò a tossire. Un segretino, puttana. Ormai stava precipitando da qualche parte come un bob a cento all’ora; non si vedeva dove la portasse e non c’era modo di uscire dalla pista.
— Se non le dico che sei venuta, allora posso parlarle? — chiese Saša, cercando il suo permesso.
— Ma certo.
Qualcosa riapparve di lato: Seryj, l’orbo, era fermo nel passaggio e sogghignava con aria beffarda. Osservava Uljana con un misto di disgusto e diffidenza, come se avesse quasi pestato un serpentello a piedi nudi nell’erba e se ne fosse accorto in tempo.
— Allora la chiami? Se non hai il telefono scarico.
— Ma come… Capirà che sono venuta, — Uljana prese di nuovo per mano il piccolo Saša. — Dico semplicemente il numero a quello… A Leshij, giusto? E lui la chiama. Tanto devo andare dal medico, a fare l’ecografia… Io vado e tu intanto la chiami. Va bene?
Accettò.
Uljana tirò fuori il cellulare e si alzò. Seryj ammiccò con l’unico occhio e si fece da parte. Leshij bighellonava fuori dalla porta, smanettando con uno stupido giochino sul telefono.
— Ragazzi, — chiese Uljana. — Vi do il numero di sua madre, così può chiamarla, va bene?
— Ok.
— Grazie. E grazie per il sostegno che gli dà.
— Ma figurati.
Chissà quanto erano rimasti lì in corridoio, mentre Uljana e Sasha discutevano di vita e di morte. Quanto avevano sentito?
Parecchio, a quanto pare. Ecco perché la guardavano così.
E quando Uljana, dopo aver salutato Sasha con un bacio, si avviò facendo ticchettare i tacchi lungo il corridoio verso l’uscita, alle sue spalle le spararono addosso, crudeli:
— La sposa nera, cazzo.
Fece finta di non aver sentito.
Fuori dal recinto dell’ospedale c’era una vita completamente diversa, a cui Uljana in quelle ore aveva già disimparato. Lì la gente si comportava come se la morte non fosse al lavoro, come se non ci fosse nessuna guerra da nessuna parte. Be’, in mezzo all’autostrada c’era un cartellone solitario sulla SVO, ma nessuno ci faceva caso. Fuori dal recinto ognuno aveva i suoi piani per quella tiepida sera d’estate, i suoi percorsi, le sue traiettorie complicate — attorno a quell’enorme ospedale militare, senza sfiorarlo. Era tutto stranissimo. Allucinante.
Uljana si trascinò per le strade di Odincovo, dritte come piazze d’armi, fiancheggiate da file di alberi imbiancati a calce. Avrebbe potuto prendere l’autobus fino al consultorio ginecologico, ma le era venuta voglia di camminare: doveva riprendere fiato.
La riemersione fu lenta. Prima tornarono i rumori delle auto, poi le voci, poi si levò il vento e le mosse i capelli. Ma solo quando per poco non la investirono sulle strisce, strombazzando e coprendola d’insulti, allora sì che riemerse dagli abissi.
Si guardò di nuovo intorno e si aggrappò — come i mezzi annegati dopo un naufragio si aggrappano a qualsiasi relitto — a un cartello sul balcone della casa di fronte: «Appartamento in vendita». Lo fotografò col telefono, il balcone e l’annuncio. Poi riprese a remare, tenendosi a quello, per non tornare a fondo.
Si fermò un attimo, allargò l’annuncio con le dita, ingrandì: c’erano dei numeri. Otto milioni di rubli, trenta metri quadri, monolocale. Oddio. Otto milioni! E dove li trovi otto milioni? Ma dove li tira fuori, la gente, tutta quella grana? Forse era meglio non guardare nemmeno Mosca per pensare a un acquisto, per non deprimersi: a Mosca non ti basterebbero più o meno per niente, Mosca non è per i pezzenti. Però a Odincovo, ecco… E se, diciamo, facesse un mutuo, proprio in teoria, ce la farebbe col mutuo? Odincovo è praticamente Mosca, sali sull’autobus, zac-zac, ed eccola lì davanti a te, nella sua forma primigenia, o come diavolo si dice… A Mosca perfino l’amministratrice di un centro massaggi, scommetto, si porta a casa almeno centomila al mese; lì l’economia è tutta un’altra cosa. Cioè, si potrebbe lavorare a Mosca e vivere con un budgetino, fuori dalla MKAD… Vivere fuori dalla MKAD e spassarsela a Mosca, raggiungere tutte le possibilità smisurate della capitale in autobus, per appena settantacinque rubli e mezz’ora di viaggio. Che possibilità avrebbe avuto Cenerentola, se abitasse a Vologda o, cazzo, a Syktyvkar, dove il palazzo più vicino dista otto ore di treno, o quante sono? Insomma, non è che puoi fare avanti e indietro. In ogni caso, non conveniva scartare Odincovo così, su due piedi: a volte la fantasia diventa realtà, e sognare un bilocale nella regione di Mosca era di sicuro cento volte più rassicurante che sognarne uno a Frjazinovo.
Così arrivò a nuoto dal ginecologo.
La clinica in cui era riuscita a prendere subito appuntamento si trovava in una specie di salsicciotto a un piano, con il tetto di tegole e le pareti fatte di vetrate; sul vetro era dipinto un elenco di servizi. Gli aborti non c’erano. Si vergognavano a scriverlo, forse?
Entrò, disse il suo nome, si registrò, si sedette ad aspettare.
Quella giornata era così: dai medici. Di nuovo a cercare una diagnosi, di nuovo a ricevere una sentenza.
Era lei che l’avrebbe visto, adesso?
Com’era fatto, a quell’epoca?
C’era davvero qualcosa da vedere?
Uljana era pronta, poi, per quell’incontro?
Adesso le avrebbero mostrato il bambino, le avrebbero dato un certificato che attestava che esisteva davvero, l’avrebbero presa in carico, e a quel punto non avrebbe più potuto sottrarsi alla realtà. O forse era ancora in tempo a scappare? Spegnere il telefono e sparire, far finta che non fosse successo niente? Tornare semplicemente alla sua vecchia vita da fallita, dove almeno non doveva prendere decisioni né ingannare nessuno?
Ma non c’era più nessun posto dove tornare, si ricordò.
Là era tutto chiuso e sigillato.
— Tsareva, — si affacciò la tecnica ecografista dalla porta.
E il bob dello stomaco di Uljana sfrecciò ancora più veloce sulla pista ghiacciata. Le venne un caldo da sudare.
— Si abbassi gli indumenti di sotto, si alzi la maglia e si sdrai. Sa a che settimana è?
— Più o meno.
Le spalmarono sulla pancia un gel freddo e vischioso; nel semibuio dello studio si accese il monitor in bianco e nero. L’ecografista era avanti con gli anni e, a giudicare dalla faccia, non era una stronza; si poteva dire persino benevola. Cominciò a passare il trasduttore su e giù, a destra e a sinistra, facendo il solletico a Uljana.
— È all’undicesima settimana, signorina. Lo sviluppo è normale. Vediamo… quarantasette millimetri di CRL. Ecco la testolina, ecco le manine. Le dita si sono già separate. Le faccio vedere.
Girò il monitor tremolante verso di lei; Uljana non fece neanche in tempo a capire cosa rispondere, ed eccolo lì: qualcosa galleggiava, pulsava di pixel grigi, faceva ciac ciac, risuonava nei tessuti molli, si era sistemato dentro di lei… Come un tumore.
— Ma dov’è la testa?
— Eccola. Ma come, eccola qui.
Be’, forse. Se guardavi bene…
— Questo fagiolino qui?
— Ma non è più un fagiolino, ormai: è grande come una prugna, è già una persona. Così.
— E questo… È maschio o femmina?
— Per ora è difficile dirlo. Le fissiamo un’altra ecografia alla quattordicesima settimana, quando verrà si vedrà già.
La quattordicesima settimana… Come faceva a spingersi così lontano nel futuro? Che ne sarebbe stato del mondo alla quattordicesima settimana? Magari sarebbe già crollato tutto.
— Come mai? Non è contenta?
— Perché?
— È una gravidanza programmata?
— Sì… Non proprio. Abbiamo finito? Mi fa il certificato?
L’ecografista si aggiustò gli occhiali e sospirò. Poi allungò una mano verso la borsa di pelle appesa allo schienale della sedia.
— Aspetti, le faccio vedere un trucchetto.
Frugò nella borsa, tirò fuori qualcosa, fece frusciare una cartina.
— Si serva.
— Cos’è?
— Una caramella al cioccolato.
Uljana si irrigidì tutta, quasi si tirò su a sedere.
— Perché?
— Su, la mangi, non abbia paura. Non è avvelenata.
Come aveva fatto a sapere che Uljana aveva voglia di dolci? Era strano, ma Uljana accettò, prese la cioccolatina dalla mano dell’ecografista e se la mise in bocca… E per la prima volta in tutta la giornata le venne voglia di vivere. La dolce beatitudine le si sciolse dentro. Perché non riusciva a credere che al mondo ci fossero semplicemente persone buone, disinteressate?
— Gratsie, — biascicò, con i denti appiccicati dal caramello.
— Oh! Ed ecco il trucchetto, — sorrise la dottoressa. — Guardi il monitor, il feto.
Cominciò a scalciare, a dimenarsi. Non se ne stava più lì a fluttuare senza fare niente, a vagare nello spazio cosmico: si muoveva da solo. Come se fosse vivo.
— Cos’è? Perché lo fa? — chiese Uljana, spaventata.
— Balla. È contento della caramella.
Tornando in città, studiava l’ecografia: la guardava, la rimetteva via; si sedeva, la tirava fuori di nuovo, la riguardava. Se non sapevi cosa cercare su quella carta nera, non vedevi niente. Solo una macchia. Ma una volta che sapevi cos’era, non riuscivi più a non vederlo.
Il figlio di Sasha. L’uomo-prugna.
Quei soldi, ecco: sarebbero stati i suoi soldi. Perché lui potesse crescere grazie a loro. I bambini non possono crescere senza soldi. E cosa avrebbe potuto guadagnare Uljana, da sola, adesso?
Le venne all’improvviso un’idea: e se domani si presentasse alla cerimonia con un velo da sposa? Anche il più scadente, sintetico, ma rigorosamente bianco, da sposa. Solo per ridere. Così quei due stronzi — il monco e il monocolo — si sarebbero strozzati. La sposa nera, cazzo. La fissano loro, e poi hanno pure il coraggio di sparlare.
Mentre era sull’autobus cominciò a cercare «velo da sposa Mosca consegna economico». Su AliExpress si poteva prendere quello più scemo per trecentocinquanta rubli, su Avito uno usato per duecento, da addio al nubilato. Sul prospetto Leninskij c’era un certo «Casa della sposa», tutto pomposo: i prezzi partivano da tremila. Gli abiti da sposa, poi, da cinquantamila.
Per cinquanta c’era qualcosa di molto basico, già scontato del settanta per cento. Raso minimalista. Per ottantamila ne avevano uno simile con le maniche di pizzo — bello, tra l’altro. In fondo sarebbe stato bene a Uljana. Chissà, poteva passare a provarlo? Peccato che sulla carta le fossero rimasti ventinovemila rubli, forse meno. Quindi niente, meglio non farsi venire strane idee.
Clic — e poi ce n’era un altro… Duecentoventimila per un abito lungo e vaporoso di pizzo francese, a campana, per qualche motivo descritto come «della collezione araba». Aggiungendo altri trentamila diventavi una principessa vera e propria: «Abito da sposa di pizzo con bolero Lilibet». Chi cazzo sapeva cosa volesse dire, ma era una meraviglia… La modella, una bambolina di porcellana, stava sulla terrazza di una villa italiana in riva al lago e guardava languida il fotografo. C’era chi faceva matrimoni così, pensò Uljana. E lo sposo doveva essere all’altezza, magari su una Ferrari. Però addosso a Uljanina, con quelle spallone, probabilmente non sarebbe stato un granché: avrebbe fatto ridere gli invitati italiani per niente. Ce n’era uno più semplice: centosettantacinquemila, «Abito da sposa a sirena, bustier di pizzo Angelina», per giunta già con velo fino a terra. Ma chi avrebbe portato lo strascico a Uljana? Ci voleva un paggetto, oppure almeno una damigella, o sua madre. Tutte le amiche di Uljana erano rimaste a Vologda, doveva arrangiarsi da sola. A proposito, doveva chiamare sua madre e aggiornarla. Ma se doveva spendere più di centosettantamila, allora tanto valeva prendere quello ancora più bello: «Abito da sposa a sirena di pizzo, bustier Angelina lusso»; stesso prezzo, eleganza doppia.
Sogna, sogna, stupida.
Poi notò in un angolo un link: a quanto pare si poteva anche noleggiare. E cominciò a ragionarci sul serio: e se davvero sborsasse diecimila rubli, per entrarci dentro come un cigno e farli schiattare tutti? Era pur sempre il suo matrimonio, quello vero, il primo della sua vita, tra l’altro. Non se lo meritava, forse? E poi sarebbero venute fuori delle foto da paura, da mostrare ai nipoti.
Poi cominciò a fare i conti: diecimila erano tanti. Con diecimila poteva tirare avanti a Mosca un’altra settimana, stringendo la cinghia… Wow, e questo cos’era, trecentosessantacinquemila rubli per un simile lusso? «Abito da sposa vaporoso in taffetà di seta con glitter Dianita». Per sposare il principe Harry, o uno così? Be’, se doveva farsi le foto da mostrare ai nipoti, allora solo con quello; niente mezze misure.
Si riprese quando era già al capolinea.
Mentre andava verso la metro, si messaggiò con una certa tizia di Avito e si accordò per passare a ritirare quel velo usato da addio al nubilato, in cambio di centocinquanta rubli. Be’, usato è usato, chi se ne sarebbe accorto? Tanto era solo per ridere, per far sghignazzare Sasha.
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La giornata era noiosa e si trascinava con fatica, come un laccio emostatico; Maksim spostava le carte da un posto all’altro sulla scrivania e fissava con aria ottusa e disperata le colonne di Excel, ma l’acetaldeide, stronza, gli dava fastidio. Gli prudavano le mani dalla voglia di andare a prendere una birra e mettere fine a quelle sofferenze non necessarie, ma nella graduatoria di Maksim chi si rimetteva bevendo stava molto più in basso di chi sopportava con dignità i tormenti dei postumi. Si trovava da qualche parte vicino agli alcolizzati di cortile in stile sovietico, e sotto di loro c’erano solo i barboni. Perciò Maksim resisteva. Inoltre, dopo doveva mettersi al volante: quel giorno si era accordato con Marina per andare a prenderla al lavoro. Doveva aspettare la cena.
Resisteva e sobbalzava ogni volta che sbatteva la porta d’ingresso del negozio. Tratteneva il fiato e tendeva l’orecchio: chi era entrato? Cercava di capire che tipo di cliente fosse, dalle intonazioni, dalle vibrazioni.
Aspettava la punizione per la sua sfacciataggine di prima, per aver fatto il gradasso. Ora, con l’intossicazione addosso, era particolarmente in ansia, perché conosceva fin troppo bene la natura infame di quei vendicatori del popolo, per i quali ogni scambio di energie tra le persone si riduceva a umiliare il prossimo; e chi era stato umiliato doveva per forza saldare il conto, altrimenti il marchio gli restava addosso per tutta la vita. Cultura carceraria.
E all’improvviso, una di quelle volte, la porta sbatté con una rabbia particolare e il visitatore abbaiò con severità da sbirro. Maksim non resistette, si avvicinò di soppiatto alla porta chiusa del suo ufficio e accostò l’orecchio al battente: ce l’avevano con lui? In quel momento gli si riversò addosso un ricordo. Tutto quello che aveva sognato durante la notte riaffiorò.
Una cazzata totale, il sogno. Ecco: lui e Marina aspettano a casa la visita della procura. Nel cortile c’è un furgone nero da arresti, del tutto anacronistico, eppure ormai quasi normale; ne scendono persone in uniforme ed entrano nel palazzo, e stanno per salire al loro piano — che vengano proprio da Maksim e Marina non c’è dubbio, anche se dal piano di sotto non li ha chiamati nessuno e nessuno li ha avvertiti di niente. Bisogna insomma sbrigarsi a togliere di mezzo tutti i libri che potrebbero sembrare poco affidabili agli ispettori: nasconderli, buttarli da qualche parte. E Maksim e Marina si precipitano agli scaffali, dove di eresie ce n’è in abbondanza: il maledetto Akunin, Limonov, l’autobiografia di Navalny, varia letteratura di emigrati, e ancora, e ancora. Cominciano a strappare i libri dagli scaffali, a buttarli in scatoloni, a infilare gli scatoloni sotto il letto, sul soppalco, e intanto già martellano la porta a pugni: «Aprite!» Marina si gira verso di lui in preda al panico: «Non abbiamo ancora sistemato la stanza di Kirjushka, lì c’è la stalla di Augia, non troveremo niente in tempo! Trattienili!» E Maksim corre verso la porta — per discutere, guadagnare tempo — comincia a implorare, mentre dall’altra parte gli ordinano di aprire subito, per qualche ragione con una voce femminile, metallica, meccanica e categorica. Lui cerca di raccontargli qualche cazzata, dice che anche loro sono persone come tutte le altre, perché mai tanta attenzione all’improvviso, aspettate, stiamo cercando la chiave; e da dietro la porta gli rispondono: «Basta dire cazzate, credi che non ti conosca? Persone normali, loro! Ma figurati!» E capisce che è la voce di Uljana. Poi sente fuori una smerigliatrice che si avvia, una sega circolare, e sente che si avventa proprio sul punto dove lui ha appoggiato l’orecchio.
• • •
Le finestre erano buie, ma adesso Uljana aveva una sua chiave, quella di Kirill.
Entrò nel loro appartamento vuoto e si tolse le scarpe all’ingresso. Andò in bagno, tastò la vasca: spaziosa, ci si poteva stare in due. Aveva il diritto di farci un bagno? Si fece scrupoli, si fece scrupoli, poi si ricordò della conversazione di quella mattina con zio Maksim e cominciò a riempirsi la vasca d’acqua calda, perché col cazzo; e non si prese nemmeno la briga di chiudere la porta a chiave.
Se ne stava immersa nella vasca, tra la schiuma. Si lasciava ammorbidire. Avrebbe voluto che la crosta si ammorbidisse un po’. Per poco non si addormentò nell’acqua calda; anche lei era diventata un embrione. I padroni di casa non arrivavano, non arrivavano; l’acqua nella vasca si era già raffreddata. Le venne un’idea birichina, prese il telefono. Fece la foto, uscì, si asciugò, si infilò una vestaglia di qualcuno e raggiunse la cucina in ciabatte, dove si preparò un tè. Poi chiamò Sasha dal telefono di un altro.
— Allora, come stai?
— Sto bene, — disse lui con voce sognante; lei riconobbe subito le note di morfina.
— Anch’io sto bene. Ho appena fatto il bagno, mi sono fatta delle foto nuda per te. Te le manderei, ma con quei tuoi goblin in giro non mi va. Domani te le faccio vedere.
— Va bene.
Non si era entusiasmato per niente. Pensò: ma gliene importa ancora qualcosa? O è solo che i farmaci lo hanno steso?
— Senti… Hai parlato con tua madre? Com’è andata?
— Ho parlato.
— E che cosa ti ha detto?
— Che è orgogliosa. Che è felice che sia vivo. Che mi hanno cercato, che sono andati al commissariato militare. Che erano preoccupati.
— E non ti ha detto quando ha intenzione di venire? Da te.
— Ha detto che verrà presto. Le ho detto di sbrigarsi.
— E… Di me ha detto qualcosa?
— Be’… Ho fatto come mi hai chiesto. Le ho detto che hai chiamato, e basta. Giusto?
— Giusto. Domani vengo da te con una sorpresa. Domani è un gran giorno per noi, te lo ricordi?
— Me lo ricordo. Va bene, Ul’k, Leshij ha bisogno del cellulare, devo chiamare dal mio.
— Va bene. Ti amo, comunque.
— Anch’io. Buonanotte.
Quella sola conversazione le portò via tutto il calore che aveva accumulato nella vasca. Perfino il tè scaldava poco.
Uljana tornò in bagno, stappò lo smalto rosso e maleodorante e cominciò a dipingersi le unghiette per bene, per l’evento del giorno dopo. Le erano venute dritte; ora doveva solo lasciarle asciugare.
Poi, avvolta nella vestaglia di spugna di qualcun altro, andò in salotto e accese il loro televisore gigantesco. Cominciò a zappare i canali per scovare in mezzo a quel circo qualcosa che facesse al caso suo. Canzoni e balli la irritavano, non aveva voglia di seguire un film iniziato a metà; ascoltò Malakhov, ma la storia era troppo noiosa. Allora si sintonizzò su un altro talk show, sull’Ucraina. Le rimase agganciata perché, fin dalla prima frase, dal primo scatto, sembrava fatto apposta per lei:
— Siamo lì perché non possiamo non esserci. Perché è nostro dovere. Perché là combattiamo il fascismo, il nazismo. È il male del mondo, e non scherzo, — diceva da un leggio di plastica blu un uomo rasato a zero, in uniforme militare. — Adesso cercheranno di rigirare tutto come gli pare, ma io là ci sono stato e lo so: se non fossimo entrati, sarebbero già tutti qui. Prima i banderisti si sarebbero presi il Donbass e lì ci sarebbero state fosse piene di cadaveri di chi parla russo, e poi si sarebbero spinti ancora più avanti! L’Ucraina è solo la punta della lancia puntata dritta al cuore della Russia! Il nostro presidente l’ha detto giustamente: l’Ucraina non esiste, esiste il progetto «Anti-Russia», creato dai tutori occidentali per disgregare il nostro Paese! Disgregarlo e distruggerlo! Per mettere le mani sulle nostre risorse! Sì, noi combattiamo in Ucraina, ma combattiamo là per non dover combattere sul nostro territorio!
Il televisore era enorme, un metro e mezzo di diagonale, e gli ospiti nello studio blu e rosso sembravano veri giganti quando la telecamera li inquadrava. I leggii erano disposti in cerchio, e dietro ognuno c’era un oratore. In mezzo passeggiava il conduttore, in abito rigoroso e occhiali dalla montatura di corno, dando la parola ora all’uno, ora all’altro. A dire il vero, aveva un’aria non meno colta di zio Maksim, e forse gli dava pure dei punti.
— Ma come? Su territorio altrui? Vi diranno: «E Kursk?» — lo richiamò il conduttore, mettendo in riga il militare.
— Appunto! E chi hanno mandato a Kursk? Mercenari nazisti russi, l’RDK, dei degenerati, dei traditori della patria nazionali! E questo cosa dimostra? Dimostra che là non combattiamo contro gli ucraini, ma contro l’internazionale nazista mondiale, che ha insediato la sua giunta a Kiev!
Da lì le si trasmise una specie di prurito ardente, un’energia che le traboccò fuori dallo schermo e la investì, riportandola in vita. A quanto pare era bello ascoltare: dicevano parole che, dopo l’ospedale, erano diventate utili a Uljana. Erano come bende, stampelle, antidolorifici. Come cento grammi buttati giù tutti d’un fiato. Perché smettesse di farle male, Uljana aveva bisogno di capire in grande: perché? E quelle risposte, proprio adesso, erano perfette. Perché Sasha, perché lei stessa.
— E allora Kursk? — gli diede manforte un omone paonazzo, dal collo taurino e il colletto che gli tirava. — Kursk faceva parte del piano fin dall’inizio! Semplicemente, abbiamo assestato loro un colpo preventivo: bam! SVO! E loro avevano concentrato tutte le forze al confine! Se ci fossimo riusciti anche nella Grande guerra patriottica, se non ci fosse stato il tradimento nei ranghi del comando e dei servizi segreti, che trassero in inganno Iosif Vissarionovič, adesso l’URSS andrebbe da Vladivostok a Lisbona! Questa volta invece abbiamo agito con precisione, ci siamo riusciti.
— Be’, qualcuno potrebbe obiettare… Dire che il primo anno dell’operazione militare speciale non è stato facile…
— Ma che se ne vadano al diavolo, quei certuni… Nel primo anno ci siamo ripresi… Liberato! Quanto? Al massimo, centosessantatremila chilometri quadrati! Come la Bulgaria! Il rispettatissimo Emel’jan Grigor’evič l’ha già accennato, ma lo sottolineo ancora una volta: non stiamo combattendo contro le Forze armate ucraine. Se lì ci fossero stati solo dei miliziani, li avremmo ridotti tutti a polpette già nel primo mese, e l’Ucraina sarebbe stata nostra. Ma lì ci sono l’Inghilterra, la Germania e i nostri partner d’oltreoceano, come li chiama Vladimir Vladimirovič…
— Da dove siamo partiti? Dal fatto che lei ha posto una domanda — lo interruppe il militare, rivolgendosi al conduttore. — Se le cose avrebbero potuto andare diversamente. Le dico in modo chiaro e inequivocabile: no, non avrebbero potuto. Il presidente ha preso l’unica decisione giusta. La storia della Russia non conosce il condizionale. E parlerò anche per me: non poteva andare diversamente. Non! Po! Te! Va! Perché ogni uomo, ogni maschio che si considera patriota, avrebbe dovuto mollare tutto e andare a difendere la nostra gente nel Donbass! La gente russa… Per otto anni abbiamo sopportato tutto questo, mentre lì ammazzavano i nostri bambini, ma non si poteva sopportarlo oltre!
Nel corridoio si sentirono fruscii e voci: i padroni di casa erano tornati. Uljana tastò alla ricerca del telecomando, pensò di mettere qualcos’altro, ma si fermò: era debolezza, era codardia. Se ormai ti siedi a guardare, allora siediti e guarda. Sì, va bene, un talk show, che bisogno c’era di agitarsi, di fare la ruffiana. Finché a casa non c’era nessuno, non dava fastidio a nessuno; aveva messo quello che le andava.
Sulla soglia comparve lo zio Maksim, già senza scarpe ma ancora con il cappotto addosso.
— E qui da noi che succede?
Per ora si era solo stupito. Aspetta, zio Max.
— Oh. Buonasera. Non succede niente. Sto solo guardando la tivù. Non si può?
— Ma non abbiamo affrontato proprio stamattina questo argomento? Esistono tante fonti d’informazione serie, e tu ti metti a guardare questa cloaca…
Alle sue spalle, zia Marina sgattaiolò in cucina, fece un cenno con la mano: non voleva immischiarsi.
— Perché subito cloaca?
— Perché dicono un sacco di stronzate! Dei fascisti, che hanno conquistato chissà cosa… E questa roba è ovunque, esce da ogni rubinetto…
— E che, non sono fascisti? — gli rispose Uljana impassibile. — A Kiev sfilano di notte con le torce: non è successo? È successo. Allora chi è che mente?
— Va bene — tirò un respiro. — Provo a dirlo in un altro modo: non mi piacerebbe che in casa mia andasse in onda questa roba. Spegnila, per favore.
— Ma certo.
Uljana premette un tasto del telecomando, lo schermo diventò nero. Casa tua, regole tue. Ma dentro di lei scattò una molla, una spirale, con un’estremità appuntita. Non si alzò dalla poltrona, si acciambellò lì come un serpente a sonagli parlante su una pietra calda. Meglio non stuzzicarmi, Vanja, altrimenti ti becchi una bella scarica di calci magici in culo.
E lo zio Maksim non se ne andava; gli rodeva ancora qualcosa che doveva dire.
— E a proposito dei fascisti… Conosci quella vecchia canzone sovietica? «Il ventidue giugno, alle quattro in punto… Kiev fu bombardata, ci annunciarono che era cominciata la guerra…» Sai di chi parla?
— E di chi parla?
— Dei fascisti, di Hitler. Nel quarantuno i fascisti cominciarono la Grande guerra patriottica bombardando Kiev di notte. E adesso stiamo facendo a loro la stessa cosa. Agli ucraini. Il ventiquattro febbraio del ventidue. Kiev fu bombardata. E anche allora erano le quattro del mattino. Senza motivo. Ne parlano nel tuo maledetto treno della propaganda? I fascisti qui siamo noi, Uljana. Noi!
— Be’, voi forse… — ribatté lei. — Ma noi no.
— Magnifico! — rise lui. — Splendido!
— E loro, non sono stati i primi a bombardare? Non hanno bombardato il Donbass?
E a quel punto lo zio Maksim perse le staffe.
— Che vuol dire «bombardare»?! Ma lo capisci dov’è, questo Donbass? È terra ucraina, gliel’abbiamo conquistata e loro cercavano di riprendersela! E sai perché l’abbiamo conquistata? Perché si dimenticassero della Crimea! Che prima gli avevamo fregato anche quella!
— Non abbiamo fregato niente — rispose Uljana con calma. — È una sciocchezza. Perché nessuno lo dice, a parte voi?
— Perché? Ma ti senti? Perché, se lo dici ad alta voce, qualcuno ti fa subito una delazione all’FSB e ti sbattono dentro per aver screditato l’esercito o per aver diffuso fake news! Come in Dovlatov, capisci? Qualcuno avrà pur scritto quei quattro milioni di denunce… Cosa c’è da stupirsi…
— E magari basta non sparare merda sul proprio Paese, e andrà tutto bene?
— Bene, basta! Pausa! Pausa! Dai, niente politica, va bene? Non litighiamo per questo — zia Marina svolazzò in salotto come una colomba della pace. — Uljash, intanto asciugati i capelli e vieni in cucina da me, mi dai una mano, ti va? Maksik, tu vai a prendere una bottiglia di spumante, che abbiamo finito tutte le cose leggere. E tra una quarantina di minuti ci mettiamo a tavola.