Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
5.
Il treno arrivò alla stazione Jaroslavskij alle sei e venti del mattino. Il sole già aleggiava sopra i tetti, ma per il momento spargeva una luce delicata, rosata. Le macchine non erano ancora uscite, soltanto gli annaffiatori stradali avanzavano a cuneo lungo i viali larghissimi, avvolti da nubi iridescenti di polvere d’acqua, trasformando Mosca in un acquerello.
Molte cose, spazi, fenomeni ed eventi che da bambina erano sembrati grandi a Uljana, in seguito le erano diventati della misura giusta, e poi addirittura piccoli. Ma Mosca era rimasta enorme. Qui tutto era fatto non per una persona, ma per centomila, per colonne e schiere di gente, per le parate.
Per un secondo Uljana si immaginò che in quella città si potesse volare; forse qualcosa le aveva ricordato quei sogni in cui apriva le braccia, si dava una spinta da terra e si librava in alto sopra i tetti. E lì sì che c’era spazio per spiccare il volo: le case erano tutte gigantesche e tra l’una e l’altra si aprivano distese immense.
Anche la metropolitana aveva qualcosa di fiabesco, era completamente vuota. Arrivavano convogli deserti in stazioni deserte, e soltanto giovani poliziotti in uniforme blu scuro bighellonavano a coppie, assonnati. Uljana, ancora non del tutto sveglia, percorreva la Linea Circolare guardando fuori dal finestrino, non il telefono. Il buio si alternava ai palazzi, i palazzi al buio.
Arrivò a Leninskij Prospekt e guardò di nuovo la città: Mosca si rianimava pian piano, riprendeva conoscenza. Sui viali il volume era salito. La gente affluiva verso la metropolitana e vi spariva dentro, come l’acqua nel lavandino. Uljana camminava controcorrente: tutti dentro, lei fuori, come uno scarafaggio che ha passato la notte nello scarico e ora si prepara a una sortita.
La zia Marina abitava nei cortili vicino a piazza Gagarin.
Uljana trovò l’indirizzo a fatica, il navigatore del telefono faceva confusione, ma lei si orientò da sola grazie ai nomi delle strade, ci arrivò. Era un edificio staliniano, restaurato, raschiato fino a riportarlo al colore originale, quello della sabbia. Ma era troppo presto per suonare alla porta della zia Marina: erano appena le sette del mattino, non era decoroso svegliarli a un’ora simile; probabilmente non si alzavano prima delle otto, o magari alle otto e mezza. E già li stava mettendo in difficoltà… Be’, si sedette sulla panchina davanti all’ingresso e si mise ad aspettare.
Peccato non essere riuscita ad andare in bagno sul treno: quando si era ripresa, c’era già la fila di quelli che volevano lavarsi i denti; aveva lasciato perdere, deciso di resistere, e adesso le scappava, ma non c’era dove andare. Uljana cercava di convincere l’orologio ad andare più in fretta, ma il tempo, per dispetto, girava a velocità zero virgola cinque. Doveva resistere, doveva lasciare dormire i moscoviti.
Il netturbino in arancione si mise a raschiare i marciapiedi con la scopa, la guardava con sospetto ma non diceva niente. Aveva gli occhi a mandorla: probabilmente anche lui era qui solo di passaggio, e senza diritti. E allora non impicciarti, dai, già sto abbastanza male senza di te.
Il cortile era sontuoso, più che un cortile un vero parco: non c’era un posto dove sedersi.
Uljana cominciò a esaminare le finestre per distrarsi. Dovevano essere al quinto piano. Erano tutte grandi, alcune senza tende e dietro si vedevano lampade con il paralume; in una, mi pareva, c’era un busto di gesso. Quale sarà la finestra della zia Marina?, si chiedeva Uljana.
Il telefono trillò per un messaggio. Afferrò il cellulare.
Le scriveva Saša da quel numero: rispondeva a tutti i messaggi che lei gli aveva mandato il giorno prima senza ricevere risposta.
«ulka ti aspetto quando arrivi?»
«sono già a mosca», gli scrisse in fretta. «lascio le cose e vengo da te!!!»
«mi manchi», rispose lui. «dai vieni presto qui è una noia mortale».
Ci pensò: doveva anticipargli la sorpresa? O era meglio dirglielo di persona? Meglio di persona, decise. Doveva truccarsi, farsi bella. E poi sganciargli la bomba. Se gli mandava un teaser adesso, dopo sarebbe stata lei a rodersi. Aveva paura che Saša si spaventasse.
Eppure, che cosa significava che era grave? Se lo chiese di nuovo.
Che sarebbe morto comunque?
Ora che era arrivata a Mosca, le faceva ancora più paura pensare che Saša potesse morire. Uljana si era già immaginata la sua morte a Vologda, quando aveva telefonato in continuazione all’obitorio di Rostov. Ma allora sarebbe stato solo partito due mesi prima e poi, ecco, sparito per sempre; mentre adesso… Quella, in qualche modo, sarebbe stata più facile da sopportare. Riusciva perfino a immaginarla. Ma adesso, che l’aveva ritrovato, che era tornato… Si sarebbero visti da lì a poco… Per poi farlo morire? A quel punto sarebbe stato meglio non incontrarsi, non salutarsi, le guizzò dentro un pensiero vergognoso.
Non doveva pensarla così. Era crudele pensarla così.
Resistette fino alle otto del mattino. Poi aspettò altri tre minuti, per non telefonare proprio alle otto, per dare loro il tempo di sentire la sveglia. La zia Marina non rispondeva. Non le restò che espugnare l’ingresso. Tirò la porta: dietro il vetro c’era il portiere, come nella sala d’attesa del governatore.
— Dove va? — le chiese severo.
— Al duecentotré, dai Savvin — disse la parola d’ordine Uljana.
— Come devo annunciarla? — sembrò farsi più cortese.
— Mi annunci pure nuda — disse lei. — Scherzo, scherzo. Uljana. Sono la loro nipote. Di Marina Savvina.
Il portiere telefonò da qualche parte, borbottò qualcosa nella cornetta, annuì con aria importante e solo allora aprì la porta a Uljana. Lei corse su per le scale fino all’ascensore, poi incitò l’ascensore a salire, lo supplicò di fare presto e infine suonò impaziente il campanello.
Ad aprire fu lo zio.
Alto, magro, i capelli chiari ricci ai lati e in mezzo rimasta solo una peluria, borse vuote sotto gli occhi. Uljana aveva l’impressione di ricordarlo vagamente, da quel viaggio di Capodanno al Cremlino. Lo zio di allora era un tipo allegro. In confronto a lui, questo si era incurvato, raggrinzito, rimpicciolito, e con il succo della vita pareva essergli evaporato anche tutto il buonumore. Eppure gli era rimasto qualcosa di magico, qualcosa che da piccola era piaciuto a Uljana, che l’aveva persino incantata, ma che allora non avrebbe saputo né comprendere né descrivere. Qualcosa di cinematografico… Di razza? Nobiltà d’animo?
— Uljan… Uljà? — disse. — Quanto tempo!
Lei si protese per abbracciarlo; lui le venne incontro solo dopo un momento, come se in tutti quegli anni si fosse arrugginito parecchio e ora bisognasse spingere più forte perché il corpo inceppato obbedisse. E la abbracciò anche lui, ma in modo rigido. Forse gli faceva imbarazzo abbracciare una cavallona come lei? Lui la ricordava piccola, e invece… Ormai erano abbracci tutt’altra cosa.
— Sì. Be’, noi siamo qui… Ehm. Come stanno i tuoi?
— Senta, zio Maksim… — lo interruppe Uljana, ormai incapace di continuare a fingere. — Sono qui da un po’, tra questo e quello… Da quando sono scesa dal treno… Adesso me la faccio addosso, davvero.
— Eh? Sì… Certo — si spaventò lui. — Ma tu qui non ci sei mai stata, in questo appartamento, vero? Di là… c’è il bagno. E ti do un asciugamano. Dopo il treno, avrai voglia di farti una doccia, immagino… Intanto Marina si alzerà…
Il bagno era di marmo, il soffione dorato, i soffitti alti più di tre metri, l’asciugamano morbidissimo, la pressione dell’acqua così forte che non veniva voglia di uscire. Ma doveva uscire. Doveva andare da Saša.
Si intrufolò lungo il corridoio: il parquet scricchiolava. Una camera, un’altra camera, il salotto, con l’enorme voragine nera del televisore, un ingresso nel vuoto, un lampadario antico di bronzo, quadri a olio…
— Avete proprio un palazzo da signori! — commentò Uljana.
— Uljanočka! — la chiamò dalla cucina zia Marina. — Sono qui che trafficò ai fornelli… Ciao!
Lei invece era tutta sorrisi: l’abbracciò e la baciò. Anche lei era invecchiata, zia Marina, a modo suo: si era gonfiata, appesantita, la pelle le era diventata come pergamena e i capelli non erano più del colore naturale, non di quello che Uljana ricordava.
— Ma come sei cresciuta! E come sei diventata bella! — zia Marina sembrava ammirare Uljana, ma il suo sorriso faceva un piccolo balzo e gli occhi le ammiccavano. — Dai, siediti, siediti! Come sta tua madre?
Uljana le fece il resoconto di sua madre: emporio, ubriaconi, dorifora, annaffiature, diserbo, reumatismi, giramenti di testa, No-Spa, Citramon, Nurofen, balsamo thailandese, ah, già, e i cadaveri annegati. Zia Marina gemeva e si lamentava, ma della cosa principale, di Saša, non chiedeva. Zio Maksim se ne stava seduto in silenzio, la scrutava di continuo e Uljana, schivando i suoi occhi con rapide occhiate di sbieco, non riusciva a capire che cosa contenessero. Niente di pungente, niente di untuoso, niente di caldo, niente di freddo… Qualcosa d’inquieto, qualcosa che cercava. Ma che cosa? Lui tagliava il piatto col coltello, e il piatto strillava. Aveva ascoltato, tirato le somme distrattamente: eh già, la prosa di campagna. E si era alzato. Uljana non aveva ancora capito se gli piacesse o no. Eppure voleva piacergli.
— Be’, allora vado anch’io… In ospedale — disse Uljana. — Da Saša.
— Da Saša — ripeté lo zio.
Ma non le chiese niente di Saša. Fece solo un breve cenno con la testa, non a Uljana ma chissà, al bollitore o al microonde; socchiuse la bocca, esitò e la richiuse. E zia Marina lo guardò di sfuggita, con un’espressione strana.
— Be’, sì. Capisco.
E Uljana non raccontò loro niente di lui, visto che non glielo chiedevano, visto che avevano già capito tutto. Ma che cosa avevano capito, esattamente? La domanda rimase sospesa nell’aria. Vabbè, chissenefrega.
— Non avete una caramella? — chiese. — Ne ho una voglia matta.
— Oh. Cerchiamo semplicemente di non mangiare dolci — le disse zia Marina. — Comunque ne comprerò per stasera.
— Bisogna arrivarci, a stasera — scherzò Uljana.
Per arrivare all’ospedale di Saša, la cosa più semplice era prendere la metro fino alla stazione Jugo-Zapadnaja e poi da lì un autobus per la regione, a Odincovo. Alla fermata si era radunata gente di ogni genere: una tizia senza età con una maglia, un uomo barbuto e cupo in pile verde, uno studente con lo zainetto, una ragazzina emo in minigonna, una giovane madre con un passeggino pieghevole e un bimbo col ciuccio, un pensionato arruffato. Per noia guardavano tutti il telefono, mentre Uljana guardava loro. I moscoviti erano speciali solo in centro, venuti da una stella supernova; in periferia erano persone come tutte le altre, proprio come a Vologda. Arrivata a quella conclusione, Mosca le sembrò più vicina, più comprensibile, e la casa le pesò meno sul cuore.
L’autobus arrivò striminzito, tipo un pulmino di linea, giusto della misura necessaria per raccogliere tutta quella compagnia variopinta. Al volante c’era un ragazzo straniero, ma sembrava a posto, e cercava di parlare in modo da non far sentire l’accento. Anche senza accento, però, aveva scritto tutto in faccia.
Si sistemarono ai loro posti e l’autobus si mise in moto attraverso gli spazi vuoti della periferia di Mosca. Uljana si preparava all’incontro: pensava a Saša. Guardò le foto. Attinse ai ricordi: il suo sorriso, i baci, quella volta che alle quattro e mezza del mattino, dopo averlo fatto per la seconda volta, lui era rimasto in piedi in cucina senza mutande davanti al frigorifero aperto e all’improvviso le aveva chiesto se, in linea di principio, fosse disposta a sposarlo; e poi aveva fatto finta che non fosse successo niente, poi aveva abbassato la coda tra le gambe, e le aveva regalato dei fiori comprati, i suoi primi fiori dopo tre anni. Doveva ricordarselo prima di incontrarlo, massaggiare quella parte della sua anima, altrimenti era come se si fosse addormentata e intorpidita. Funzionò: le formiche infuocate cominciarono a correre, il sangue tornò a circolare. Gli occhi le bruciarono e il naso si chiuse.
In sottofondo gracchiava una trasmissione qualsiasi: l’uomo in pile verde fissava il suo telefonino a conchiglia, che trasmetteva a tutto volume; forse era sordo, tanto si sentiva in tutto l’autobus.
— Io insisto: una persona che pubblica sui social un video in cui si vede un drone nemico colpire il nostro aeroporto militare, dove peraltro sono stanziati i nostri aerei strategici, non è semplicemente un idiota, è un traditore, e bisogna trattarlo secondo tutte le leggi di guerra! Gente così va fucilata, ecco cosa! E non importa che sia un coscritto, non importa quanti anni abbia, non venitemi a fare appello alla pietà! È nell’esercito, deve difendere il nostro paese, la nostra patria dal nemico, e non si trova al fronte solo perché il nostro Stato ha deciso che nella zona dei combattimenti devono esserci adesso professionisti preparati e addestrati, non coscritti sbarbatelli; ma combatte comunque, perché difende le nostre retrovie! E che cosa vediamo?! Non solo non adempie alla sua missione di combattimento, ma si prende pure gioco dei suoi compagni, della nostra sconfitta! E poi, pubblicando quel video su Internet, dove per giunta ci deride, sì, deride noi, i suoi, svela al nemico l’esito del sabotaggio! E lo incoraggia a compiere nuovi attentati! Magari tutta questa operazione nemica è stata possibile proprio grazie a questo sabotaggio, o a uno come lui! E che i nostri servizi segreti e la procura militare si accertino anche che questo spionaggio non sia stato pagato dal nemico! Non capite che cosa significa?
L’autobus passava accanto a vecchie case brutte e a nuove case belle, accanto a chioschi che vendevano di tutto, accanto a recinzioni prefabbricate di cemento, da cui è recintato tutto il paese.
— Significa che questo bombardiere strategico, che peraltro spiana la strada alla nostra fanteria, non si alzerà in volo, non bombarderà le fortificazioni nemiche e i loro stabilimenti d’armi, e i nostri soldati andranno all’assalto contro le mitragliatrici ucraine, contro i loro droni; rischieranno inutilmente la vita e qualcuno di sicuro, di sicuro! morirà per colpa di questo, come lo chiamate voi, idiota! No, lo ripeto: non è un idiota, è un sabotatore, è un traditore, e sulle sue mani ci sarà — anzi, cosa dico, c’è già di sicuro! — il sangue dei nostri ragazzi che combattono al fronte, di quelli che si prendono il fuoco nemico perché il vostro idiota possa starsene tranquillo nelle retrovie e girare i suoi video da deficiente!
L’uomo in verde si incurvava sul suo gracchiatore e ascoltava con attenzione, ma ogni tanto si staccava: scrutava in giro con occhi un po’ folli, come per controllare se anche gli altri fossero interessati. E gli altri non lo erano. Lo studente sedeva con gli occhi vitrei, guardando il telefono. La ragazzina emo si era messa le cuffie su tutta la testa appena pagata la corsa e si era isolata. Il vecchio spettinato oscillava alle curve, con il viso inespressivo. La donna con la maglia invece si agitava e aggrottava la fronte.
Uljana ascoltava distrattamente, pensava a Saša, e solo quando lì avevano nominato le truppe d’assalto si era concentrata; poi si era persa di nuovo. Anche se la radio si sgolava, non diceva niente di nuovo, perciò per Uljana era tutto come il rombo del motore, come il rumore della risacca.
— Sì, purtroppo nel nostro paese non c’è ancora la pena capitale; o meglio, la moratoria è stata introdotta da liberali che si sono insinuati al potere e che, tra l’altro, come ho sempre pensato e continuo a pensare, sono complici del nemico proprio come gli altri. Se un tempo potevamo permetterci tanta indulgenza, al quarto anno di guerra, quando tutte le risorse sono al limite, non possiamo più usare i guanti con i traditori, con questa quinta colonna, — insomma, anche se non abbiamo la pena capitale, che cosa ci impedisce di prendere per il bavero questo vostro idiota e spedirlo da quei ragazzi che adesso vanno all’assalto? Che espîi il suo crimine col sangue, che si metta spalla a spalla con quelli che ha messo nei guai e risponda davanti a loro! Sapete che cosa cantava Vysotskij: «quando sarai legato a te, capirai chi è…»? E comunque è ora di abolire questa moratoria, perché i tempi sono duri e, credo che qui nessuno oserà contraddirmi, tempi duri richiedono misure dure! Quello che davvero ci manca è lo SMERŠ, ci manca per combattere sabotatori del genere, ci mancano misure straordinarie, staliniane! Se avessimo le mani libere, avremmo vinto questa campagna già tre anni fa! Ma no…
A quel punto lo studentello chiamò qualcuno e si mise a chiacchierare, coprendo la trasmissione che usciva dal telefono dell’uomo barbuto, il quale si irritò e alzò ancora il volume. Allora intervenne la donna con la maglia e chiese:
— Signore, ma quanto ancora? Non è che viaggiate da solo. Non se ne può più, davvero, di tutta questa roba!
Il barbuto si girò subito verso di lei con tutto il corpo.
— E allora?
— Ma non le fa venire la nausea, tutta questa roba?
— Quale sarebbe «tutta questa roba»?
— Ma quella roba lì, «tutta questa roba» — rispose la donna. — Quella lì! Siamo già al quarto anno, quanto ancora si può andare avanti? E poi, in generale!
Il barbuto strinse i pugni davanti al petto, si fece scrocchiare le nocche e le sorrise di traverso, in modo minaccioso.
— A me? E io ti dico… Ehi! — Si alzò, tese una mano verso l’autista e gli diede una pacca pesante sulla spalla. — Là davanti passiamo un posto della polizia stradale, prima dell’anello di Mosca. Fermati lì. Scendiamo, io e la signorina. Che racconti in commissariato che cosa le fa venire la nausea.
— Cosa, sul serio? — chiese confuso l’autista.
Uljana guardò la donna che si era fatta avanti. Aveva un’espressione allarmata, solidale e stanca. A ben guardare, era una donna, non una tipa qualsiasi.
— Sul serio!
— Io non scendo da nessuna parte! — disse la donna, senza molta convinzione. — Arrivo fino al capolinea!
— Dice che non serve, fratello — riferì l’autista al barbuto.
— Allora facciamo così! — Lui si alzò dal posto, premette la nuca contro il soffitto e si incurvò, diventando ancora più minaccioso. — Ferma il mezzo. Mi sono spiegato chiaramente? O vuoi scendere con lei anche tu?
— Ma con quale autorità?! — protestò la donna.
La ragazzina emo si tolse le cuffie per un secondo o due — a quanto pare il ringhio del barbuto aveva invaso la sua musica —, ascoltò di che cosa si parlava, se le rimise in testa e si voltò dall’altra parte. Lo studentello sprofondò ancora di più nel telefono, con la testa ritirata nelle spalle. La madre accarezzava concentrata la testa del bambino imbronciato e gli sistemava il ciuccio. Il vecchio era e rimaneva fuori dal mondo.
— E magari sono una guardia volontaria, ecco con quale autorità! — disse l’uomo con voce roca per la rabbia. — Adesso vuoi pure interrogarmi sui miei titoli? Io vado oltre il fronte dai nostri ragazzi, gli porto aiuti umanitari, rischio la pelle, mentre voi cercate a chi vendere il culo, e tu osi venirmi a fare storie sull’autorità? Fermati, dai, hai capito?!
La donna si guardava intorno smarrita e con aria implorante: cercava qualcuno a cui appoggiarsi, a cui aggrapparsi almeno un po’, mentre l’autista, ormai spaventato, stava già accostando al posto di polizia stradale.
— E ricordo ai nostri stimati ascoltatori che stiamo raccogliendo fondi a sostegno dei nostri combattenti al fronte: raccogliamo per i giubbotti antiproiettile, innanzitutto per le truppe d’assalto che in questo momento sono impegnate in operazioni di combattimento a Toreck… — continuava a rimbombare il telefonino a conchiglia nel salone silenzioso. — Forse vi sembra che tutto questo succeda laggiù, lontano, che non vi riguardi, ma tra Mosca e Toreck in macchina ci sono appena quattordici ore, e oggi i nostri ragazzi combattono lì perché tutto quel male a cui si oppongono non arrivi nelle nostre città. Quattordici ore, pensateci! Ci manca poco più di un milione e mezzo di rubli per completare la raccolta, e già domani potremo mandare questa partita oltre il fronte…
E la donna si aggrappò con lo sguardo a Uljana, e Uljana riconobbe nei suoi occhi proprio quel recente presagio di una sciagura inevitabile e irreparabile, da cui l’aveva salvata soltanto l’inflessibile ragione di Saša.
Ma ora la ragione emanava, come il calore di un altoforno, da quell’uomo feroce. Per sé Uljana avrebbe anche potuto rischiare di buttarsi nella fornace, ma per quella donna non se la sentiva. Doveva andare da Saša, non poteva sprecarsi per sciocchezze. Per frenare i propri dubbi umani e non prendere le difese della zia, Uljana si ricordò in silenzio anche di come a lei venisse la nausea «per tutta quella roba» — e «tutta quella roba» voleva dire anche tutti quei ragazzi che, senza la copertura dei bombardieri strategici, andavano incontro alle mitragliatrici ucraine, ragazzi come il suo Saša; quindi le veniva la nausea anche di Saša stesso. Giusto? Giusto. Un nodo alla gola. E allora Uljana sentì che quel calore emanato dall’uomo, dalla fornace, non la bruciava più, ma la riscaldava. Doveva solo risentirsi insieme a lui e non lasciarsi sopraffare dalla compassione per una donna estranea.
Uljana distolse lo sguardo dalla zia e si voltò verso il finestrino. L’autobus si fermò, la zia cercò di restare a bordo, ma ormai non era che un debole dimenarsi; l’uomo barbuto la afferrò risoluto per il gomito e la spinse fuori, verso i poliziotti perplessi.
— Ma che… La mia borsa, la borsa! — strillò lei.
A quel punto il nonno si riscosse e le porse la sporta che la zia non aveva fatto in tempo a riprendersi. A quanto pare aveva sentito e capito tutto, aveva solo finto di guardare nel vuoto. L’autista aspettò il cenno del barbuto. La porta scivolò sulle guide di ferro, troncando i suoni come una lama. Uljana si voltò ancora per caso a guardare la zia da sopra la spalla: in fondo era in pensiero per lei, per quello che le avrebbero fatto adesso, e per qualche motivo si vergognava anche. E allora, per non inciampare in tutto quel pasticcio sgradevole, per non restarci impigliata, si disse — ad alta voce, così da risentirselo ancora una volta con la propria voce esterna:
— L’hanno ferito là… E a lei viene la nausea…
E si mise a guardare avanti. E tutti gli altri fecero lo stesso, o guardarono il telefono; smisero di voltarsi indietro e, per prudenza, smisero anche di guardarsi negli occhi. Che c’era da guardare?
Intanto l’autobus proseguiva, passando accanto ai fiocchi di cemento degli svincoli sopraelevati, ai boschi bucati della regione di Mosca, diretto alla città di Odincovo, tutta pulita, austera ed elegante, come l’uniforme da cerimonia di un maggiore di qualche reparto d’assalto.
Scese alla fermata «Ospedale». A destra e a sinistra si stendeva una recinzione grigia fin dove arrivava lo sguardo; oltre la recinzione, in lontananza, si ergevano i grigi padiglioni dell’ospedale. Uljana si orientò, trovò l’ingresso di servizio e spiegò dove doveva andare e da chi.
— Lei chi è per lui? — le chiese la guardia, già stanca fin dal mattino.
— La fidanzata.
— Quindi non è ancora un familiare? Al momento.
— La fidanzata, e allora? Ci sposiamo. Sono venuta a chiedergli la mano e il cuore, — gli sorrise Uljana, come sorrideva sempre alle guardie.
— Se sul passaporto non c’è il timbro, non si può, — tagliò corto lui.
— E come faccio a sposarlo, se non mi lascia entrare?
La guardia la guardò come una ritardata. Per lui le regole di vita di quel posto erano come le tabelline: chiare e immutabili.
— Signorina. Allora gli faccia scrivere una richiesta al primario, con le sue generalità. Qui siamo in una struttura a regime speciale, capisce? E se per caso lei fosse una sabotatrice ucraina, eh?
— Io?
— Di questi tempi chiunque può esserlo. Quelli manipolano la gente al telefono come gli pare. Fanno deragliare i treni e chissà cos’altro. Vada, si faccia scrivere la richiesta.
Uljana sputò per terra, per un pelo non lo mandò a fanculo, si trattenne; cominciò a chiamare Saša e, grazie al cielo, arrivarono.
— Saša? Sašen’ka! Sono qui, al posto di controllo. Non mi lasciano entrare, serve una richiesta per autorizzarmi. Sì. Sono Uljana Konstantinovna Careva, nel caso. Come stai? Sì. Glielo chiedi? Va bene, aspetto qui.
Ma gli ingranaggi dell’ospedale giravano lentamente, erano troppo enormi e troppo pesanti perché potesse metterli in moto una sola persona. Mentre ancora si muovevano… Uljana aveva già fatto avanti e indietro dappertutto, si era seduta un po’ ovunque, aveva trovato il negozietto, si era presa un wurstel caldo in pasta sfoglia — centocinquanta rubli, per inciso, il doppio che a Vologda! — l’aveva divorato e poi si era concessa anche un altro, benché il rospo la stesse strozzando.
Se ne stava seduta su una panchina, in mezzo a una macchia scura — all’ombra di un pioppo, con la lanugine che le volava negli occhi come una tormenta — e ammazzava il tempo al telefono. Aprì Avito e cominciò a guardare che appartamenti c’erano a Vologda. Per quattro milioni e trecentomila, per esempio, ce n’era uno di una stanza, trentasette metri quadri, in via Archangel’skaja, ristrutturato in stile moderno, con la loggia vetrata, i soffitti tesi dappertutto, una cucina tutta bianca con il piano in pietra artificiale, già completa di elettrodomestici, una vista sul cortile niente male, si vedeva che era un palazzo nuovo, più o meno; cabina doccia con il vapore e il sedile, una bella porta blindata… Di sicuro meglio di tutti i posti in cui Uljana aveva tirato avanti per tutta la vita, e poi era quasi in centro: lungo via Maršala Koneva, un po’ più avanti diventa via Gercena, e da lì via Mira era a due passi.
E poi ce n’era un altro, proprio su via Maršala Koneva, addirittura quarantacinque metri quadri, caspita, e costava solo tre milioni e mezzo. «Pronto da abitare!» c’era scritto, ma a essere sinceri la ristrutturazione lasciava un po’ a desiderare, stile vecchia, come avrebbe detto Kristinka. Però, cazzo, quarantacinque metri quadri erano pur sempre quarantacinque metri quadri. Due stanze, si poteva sistemare il soggiorno come si deve, trovare un divano decente, dipingere le pareti di bianco, diciamo, e creare qualcosa di accogliente: qui appendere una foto elegante in bianco e nero, là metterci un gattino di peluche, lì una libreria, qui buttare qualche rivista alla moda; sarebbe stata tutta un’altra impressione. E poi Koneva era già abbastanza vicina alla vita vera.
Oh, e questa, a quattro milioni e settecentomila, era proprio una figata: pareti già imbiancate, ristrutturazione europea, in via Karla Marksa, a Frjazinovo, cinquantuno metri quadri. Quasi in riva al fiume, e dalle finestre si sarebbero viste persino le cupole dorate della chiesa di San Nicola, se fosse stato all’ultimo piano e le finestre avessero dato da quella parte. Lì sì che si sarebbe potuta costruire una vita come si deve; non era una sistemazione provvisoria qualunque, lì c’era posto anche per far dormire la mamma, e le amiche ci si potevano invitare per un addio al nubilato; e poi, in famiglia, non si sarebbe stati stretti.
Davanti agli occhi di Uljana presero a scorrere foto ancora mai scattate del futuro: Alinka e Kris erano venute a trovarla, mangiavano sushi ordinato a domicilio, bevevano un po’ di vino, chiacchieravano — e poi uscivano in discoteca per tutta la notte; la mamma trafficava in cucina, che bellezza; Uljana se ne stava sdraiata sul divano a guardare The White Lotus, perché Il secolo magnifico non si addiceva più a un appartamento del genere, avrebbe dovuto avvicinarsi a qualcosa di più sofisticato, a qualcosa di cui aveva sentito parlare ma che era stata troppo pigra per approfondire… E naturalmente non lo guardava da sola, ma abbracciata a qualcuno, sgranocchiando patatine insieme a lui, ridendo all’unisono. Con chi? Ma con Saša, con Saša!
Distolse lo sguardo dagli appartamenti.
Tra l’altro, doveva andare a comprargli dei dolci. Si alzò dalla panchina, tornò al negozietto e prese un assortimento: Miška na Severe, barrette al cioccolato, Belocka; Saša era un golosone… Ne prese un po’ e, mentre aspettava, se ne mangiò lei stessa la metà. Poi d’un tratto pensò: non sono io ad avere voglia di dolci, è lui, è il bambino. È per metà fatto di Saša, perciò ha ereditato da lui, ecco.
Si posò una mano sulla pancia, ascoltò. Per ora, lì dentro, tacevano, naturalmente.
E all’improvviso desiderò davvero vedere Saša, per condividere con lui quella scoperta. Ma dovette continuare ad aspettare: che arrivassero a lui, che leggessero, che ci pensassero, che decidessero, che approvassero. Lì di Saša ce n’erano quanti proiettili in un nastro da mitragliatrice: ci sarebbe voluto tempo prima che toccasse a lui.
Ma alla fine toccò anche a lui.
L’ospedale era sconfinato: padiglioni e padiglioni, corridoi e corridoi, reparti e reparti. Ed era tutto pieno di gente strana. Da bambina Uljana aveva visto una cosa del genere quando i ragazzi del vicinato avevano versato benzina su un formicaio e gli avevano dato fuoco: quelle formiche bruciacchiate e sconvolte che erano riuscite a sopravvivere per caso e non sapevano più cosa fare le ricordavano in qualche modo i pazienti di lì.
Al piano le dissero di passare prima dalla sala medici, per parlare con il dottore curante finché era ancora lì. Il curante era un ragazzo giovane, con la faccia da scolaretto; continuava a cercare di aggrottare la fronte per sembrare più esperto, ma ogni tanto si distraeva e allora gli affiorava tutta la sua confusione, come quella di chi non ha studiato la materia per un esame.
— Dunque… Beh, lui mi ha chiesto di non farle spoiler, diciamo… — disse. — Però ci sono alcune cose che deve tenere presenti. In realtà le condizioni del paziente non sono granché. Sì. Ecco… Un’operazione è andata a buon fine, ma è stata difficile. E ne deve affrontare un’altra. Ancora più complicata. Perciò adesso è sotto farmaci… Sotto morfina. Quindi non è del tutto… lucido. Lo tenga presente, va bene?
— Va bene, — rispose Uljana.
Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.
— E poi tenga conto… che mentre noi siamo qui, ecco… insomma… L’orario di visita per oggi è già finito, quindi sto facendo un’eccezione per lei.
Fece una pausa, aspettando che Uljana recepisse l’informazione. Di solito non c’era bisogno di spiegarle queste cose due volte, non era nata ieri, capiva da sola quanto costassero le eccezioni in questa vita; ma sulla sua carta le restavano trentaquattromila rubli, doveva spenderli con criterio.
— Non ho niente. Ho speso tutto in caramelle. Parola mia, — disse Uljana. — Posso darle una caramella, ecco.
— D’accordo, — sospirò il curante.
Prese una barretta al cioccolato.
Accompagnò Uljana lungo il corridoio fino a Saša. Tutto il corridoio la fissava: tutta quella gente in camice blu da ospedale. Qualcuno la guardava con aria famelica, qualcuno sbirciava imbarazzato, qualcun altro la fissava dritto, da sotto le sopracciglia. Uomini. Lei aveva una gonna corta, ticchettava sui tacchi, si era vestita in modo da far venire a Saša voglia di vivere. Di vivere e di sposarsi.
— Lazarenko! Hai visite! — annunciò il medico.
Uljana entrò dietro di lui. Entrò e vide subito tutto: Saša non aveva più le gambe.
Si aggrappò allo stipite.
Saša era sdraiato, coperto da un lenzuolo — e il lenzuolo sprofondava. Una gamba arrivava al ginocchio, l’altra si fermava quasi all’anca. Uljana vide prima quello, e solo dopo il viso di Saša: esangue, scavato, con borse nere sotto gli occhi. Sulla fronte aveva bende, come le strisce di carta che mettono ai morti nelle bare.
Sorrideva beato.
— Saška… Mio Dio…
L’orrore le palpò le viscere, la compassione le salì dentro, una nausea acre le montò in gola; tutto cominciò a girare, a girare. Cercò di sorridergli anche lei, ma sapeva che le veniva un sorriso storto. Gli occhi le bruciavano, le mascelle si contraevano. Non riuscì a costringersi ad avvicinarsi a lui subito. Saša però non si accorse di quell’esitazione, era semplicemente felicissimo di vederla. Felice sul serio.
Si aggrappò alla maniglia sospesa sopra il letto, voleva tirarsi un po’ più su. La tenne stretta, poi la lasciò. Finalmente Uljana si spinse verso di lui, si avvicinò con le gambe di legno, come se fosse lei stessa su delle protesi, si inginocchiò accanto al letto, lo abbracciò e premette le labbra sulle sue.
C’erano anche altre persone: due ragazzi fatti a pezzi, uno con la manica vuota e l’altro con una benda sull’occhio, come un pirata. Si misero a ridacchiare, si dissero qualcosa di incomprensibile; Uljana non sapeva cosa, perché in quel momento le pulsava il sangue nelle orecchie, le sembrava di sentire tutto attraverso l’ovatta, tranne Saša. Si bisbigliarono qualcosa e uscirono.
Le sue labbra erano morbide e appena vive, come dopo l’anestesia dal dentista; le schioccava debolmente, non riusciva né a baciare come si deve né a mettere insieme le parole. E sorrideva in modo strano, con quelle labbra.
— Ul’ka… Ul’jaš… Avevo chiesto loro di non dirtelo. Per non spaventarti… Ho pensato… Che magari non saresti venuta, se l’avessi saputo.
— Ma come… Ma che dici… — balbettò lei. — Come sarebbe a dire che non sarei venuta?
A quel punto arrivarono le lacrime: un filo rovente le attraversò gli occhi e li aprì. E lei si chiese: ma davvero, se l’avessi saputo prima, sarei venuta? Ma certo che sì. Certo che sarei venuta, che stronzata! Sarei venuta, eccome!
— Ma che differenza fa… — riuscì a dire Uljana. — Insomma, è andata così. E adesso sarà così… Ah! — singhiozzò e sollevò il sacchetto di caramelle, — guarda cosa ti ho portato. Ci sono quelle che ti piacciono.
Tirò fuori da sotto il lenzuolo l’altra mano, tutta tagliuzzata, e cominciò a prenderle una caramella dalle dita, come i bambini davanti a una macchina dei pupazzi cercano di afferrare un giocattolo con la pinza floscia che penzola senza forza.
— Ma come ti è capitato?.. — chiese Uljana.
— Non lo so, davvero… Non ricordo. Una commozione cerebrale, capisci? Dicono che è arrivato un colpo. Ricordo quando siamo partiti per andare là… Con un motorino, una roba così. E poi… Poi non lo so. Il dottore dice che mi tornerà la memoria. Il tuo numero, vedi, me lo sono ricordato.
— Grazie a Dio. Grazie a Dio.
Lo baciò ancora, e ancora. Lui continuava a sorridere. Gli accarezzò la guancia; sembrava che non sentisse il contatto. Alle sue spalle tossicchiarono: si voltò. I suoi compagni di stanza erano comunque entrati, li spiavano. Qualcuno aveva perfino sghignazzato.
E la distolsero da quell’ondata calda e compassionevole.
Tornò in sé.
Sembrava che guardasse ancora Saša negli occhi, ma in realtà stava già guardando dentro di sé. Era invalido. Era tutto, era per sempre. Lui era invalido. Come poteva sposarlo? Che vita sarebbe stata, con un invalido? Ogni mattina tirarlo giù dal letto e metterlo sulla sedia a rotelle, ogni sera spostarlo dalla sedia al letto. E le giornate di un invalido come sono? E quelle di lei, di Uljana — aveva solo trent’anni — con un invalido, che giornate sarebbero state? E le notti, poi…
Tutto le crollò addosso. Probabilmente le sparì perfino il sorriso.
— Che hai? Non essere triste, — le disse Saša.
— Ma no… Non sono triste, cosa dici! Credevamo che fossi morto… È una felicità, — rispose lei.
— L’orario di visita è finito! — disse alle sue spalle una voce femminile, così impersonale, come quelle che si sentono agli sportelli del MFC o da una capotreno.
C’era un’infermiera. Uljana annuì.
— Sì, sì… Arrivo! — promise Uljana. — Solo un altro minuto!
Riuscì a farsi concedere quel minuto; l’infermiera si allontanò. Doveva dirgli perché era venuta, ma la mascella le si era bloccata. Saša era sdraiato e continuava a sorriderle sognante, come se Uljana fosse solo un’apparizione, come se non fosse davvero lì e lui non volesse spaventarla e farla svanire. Avrebbe capito?
Uljana si chinò verso di lui, così quei mezzi scemi sulla porta non sentivano. E gli sussurrò:
— Saška… Io… Sono incinta…
Saša tirò appena indietro la testa, forse per mettere a fuoco Uljana, e la guardò con aria assolutamente sconvolta e incredula.
— Cosa?
— Pensa… Avremo qualcuno di piccolo… — si tirò su col naso.
— Davvero? — le sussurrò in risposta, assonnato.
— Sei contento, Saš? Almeno sei contento? — si preoccupò lei.
— Fichissimo, — disse lui. — E sarà un maschio o una femmina?
— E io che ne so, Saš? Sarò al massimo al terzo mese…
— Secondo me sarà un maschietto. Un maschietto, probabilmente…
L’infermiera riapparve e fece indietreggiare i curiosi.
— Allora, avete finito di tubare? Basta così, è ora di andare, stiamo buttando fuori anche gli ultimi!
— Aspetta un attimo… — si accigliò Saša. — Mi sta succedendo una cosa enorme… Ti prego, dai? Che ti costa?
— Vi do un altro minuto, — si impietosì l’infermiera. — Un minuto e poi basta, kaput. Tra un minuto torno con un’iniezioncina, così stanotte dormi per bene. Chiaro?
— Chiaro! — promise Uljana. — Un minuto, sì!
Cercò a tentoni la mano di Saša, prendendo coraggio. Voleva che lui le stringesse la mano nella sua, voleva sentire almeno un po’ di forza in lui. Voleva credere che il loro matrimonio potesse essere davvero vero. Un matrimonio dopo il quale avrebbero vissuto insieme.
— Saš… — riuscì a dire. — Saš! Capisco che forse non è il momento… Ma… Saš, sposiamoci, eh?
Lui la guardò dritta, con gli occhi rotondi e le pupille larghe come fori di proiettile; sorrise impotente.
— Sposarci?
Uljana annuì. Come poteva spiegarsi meglio?
— Registriamo il matrimonio. Così sul passaporto risulta che lui ha un papà. Cioè… così è tutto in regola. Mamma e papà. Così nasce all’interno di un matrimonio, capisci? Ti va?
Si spaventò: l’aveva davvero detto in quel modo? O no? Saša aveva capito che lei stava già tenendo conto anche della sua morte?
— Va bene, — acconsentì lui, e sembrò perfino contento.
La investì di nuovo quel calore: al pensiero del bambino a cui avevano appena concesso di nascere e alla gioia distratta di Saša. L’ombra fugace che le era calata addosso — ma non era una stronza, a tirargli fuori quella storia, la possibilità che morisse? — passò.
— Aspetta… — all’improvviso si accigliò. — Ma come faccio a sposarmi senza gambe? Come farò a crescerlo senza gambe?
Lo disse così, stupidamente, perplesso, e sbatté le palpebre. Ancora un attimo e avrebbe capito, ancora un attimo e si sarebbe riscosso, ancora un attimo e sarebbe scoppiato a piangere. Doveva salvare lui e anche se stessa.
— Ma questo adesso non è mica un problema! — si mise a parlare a raffica Uljana. — Ti faranno delle protesi. Sai che meraviglie fanno adesso, moderne! Puoi camminare, puoi ballare! L’ho visto con i miei occhi al telegiornale!
— E come farò a mantenervi senza gambe? — insisteva Saša.
— Beh, ci aiuterà lo Stato, — disse Uljana. — Adesso aiutano tutti.
Saša ci pensò su. Sulla porta qualcuno sputò o forse grugnì. Un lampo le balenò dentro, la colpì: che cosa stai facendo! Che cosa! Ma anche quella volta durò solo un istante.
— Va bene, allora, — disse lui, rassicurato, con un cenno del mento. — Sposiamoci. È la cosa giusta da fare, no?
— Sì.
L’infermiera riapparve, con in mano un vassoio di metallo luccicante; sopra c’erano siringhe cariche e pronte.
— Basta! — disse minacciosa. — Adesso basta davvero!
— Io mi sposo, — comunicò Saša all’infermiera, indicando Uljana. — Proprio con lei.
— Ah, sì? Congratulazioni. E quando sarebbe il matrimonio, sentiamo?
— Ma qui non si può registrare il matrimonio in tempi brevi? — chiese Uljana, ricordandosene all’improvviso. — Per chi partecipa all’operazione militare speciale? L’ho letto, c’è scritto su Internet.
— Deve parlarne con il primario. Ora è una cosa da fare domani.
— Allora domani mattina vengo subito! — Uljana baciò di nuovo Saša, sorridente. — Domattina presto, d’accordo? Dormi bene, riposati!
I corridoi si strinsero e la schiacciarono, l’odore di candeggina le dava la nausea e i soldati le sparavano sguardi alle spalle, tanto che le bruciava la pelle; corse a fatica fino all’uscita, saltò fuori e crollò su una panchina. Tirò fuori la sua sigaretta elettronica, che non toccava da tre giorni, e ci respirò dentro come in una maschera d’ossigeno.
Perché? Che cosa hai fatto? Neanche il tabacco riusciva a schiarirle la testa. Perché, che cosa hai fatto. Il crepuscolo calava sull’ospedale, su Uljana, e lei continuava a stare seduta, a far circolare quell’aria dolciastra. Perché, e che cosa.
E proprio allora le passò davanti un tizio con una gamba sola, saltellando con le stampelle. Notò Uljana, le si avvicinò e la chiamò.
— Ehi, bella! Hai una sigaretta normale? Non questa merda elettronica?
Uljana sollevò verso di lui la testa appesantita, guardò la gamba che finiva a un terzo, sotto la stoffa dei pantaloni cucita, e capì che stava per vomitare.
— Che c’hai, una commozione cerebrale, per caso? — le chiese l’uomo con una gamba sola.
— Ma che cazzo vuoi da me, eh?! — gli urlò Uljana. — Levati dai coglioni, capito?!