Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
Epilogo
Non le veniva più da vomitare, ma correva in bagno di continuo: Saška le premeva sulla vescica. Sua madre l’aveva convinta a chiamarlo Saška. Be’, Uljana aveva ceduto, visto che allora sua madre l’aveva dissuasa. Lo avrebbe partorito per lei: poteva chiamarlo come voleva, Uljana non aveva proposte sue. Insomma, sarebbe stato San Sanyč. Il termine di San Sanyč cadeva sotto Capodanno: quindi Capricorno.
E adesso era novembre. Il tempo faceva schifo: neve bagnata e vento gelido, così non veniva nessuno. E poi, a quanto pareva, si faceva sentire la crisi, la gente aveva meno soldi; l’ultimo mese era stato proprio morto, anche se ai tempi di Anatolij Sergeevič novembre era un mese d’oro. Ma la speranza più grande era dicembre, con le feste aziendali e gli alberi di Natale: prima delle feste tutti vogliono farsi belli, con trattamenti e solarium, e poi ci mettono altre due settimane a riprendersi. Un massaggino non guasta neanche lì.
Kristinka se ne stava nel suo nido, sul divano all’ingresso, con le gambe raccolte sotto di sé: era incollata al telefono, messaggiava con uno dei suoi spasimanti. Uljana tirava le somme della contabilità e si accarezzava la pancia, perché lui non scalciasse; per riposare gli occhi, ogni tanto lanciava un’occhiata allo striscione di tela cerata: ora si stendevano su di esso rigogliose giungle verdi, in mezzo alle quali si nascondeva un antico tempio indiano. Così era più rilassante.
Una sera fiacca e moscia, dalla quale ormai non c’era più niente da aspettarsi: bastava resistere fino alla chiusura e filarsela a casa. E proprio allora, al piano di sopra, stridette la porta d’ingresso.
Uljana alzò lo sguardo, piena di speranza, e rimase senza parole.
Per le scale scendeva un omone avvolto in una pesante pelliccia di montone. E benché avesse in testa un berretto — costoso, quasi di zibellino — Uljana lo riconobbe subito. Lui scese, si tolse il berretto e fece brillare la pelata. Era proprio quell’uomo.
— Ma guarda un po’! — sorrise lui. — Credevo aveste chiuso. Com’è possibile?
Kristinka lo fissò, a stento ci credette, capì, squittì e si aggrappò al divano.
— È cambiato il proprietario — rispose Uljana con cautela.
— E chi è il nuovo?
— Be’, diciamo io.
Non aveva fatto in tempo a inventarsi una bugia.
— Be’, diciamo…
Si scrollò la neve dal berretto e lo posò sul bancone proprio davanti a Uljana. Sembrava un animale ammazzato durante una battuta di caccia. Il cliente girò verso Kristinka la sua testa lucida e coriacea, e se la divorò con gli occhi, come una caramella da succhiare.
— Sempre i soliti, sulla pista.
— Stiamo per chiudere — disse Uljanka.
— A quanto pare non imparate mai un cazzo — sogghignò il cliente. — Chiudete, eh? Non hai paura di tirartela addosso, padrona?
Uljana si gelò. Doveva trovare al più presto una formula per liberarsi di quell’uomo. Scacciarlo da lì una volta per tutte.
— Mio marito è morto nella SVO — disse.
— Le mie condoglianze. Ma noi siamo vivi! — posò sul bancone davanti a Uljana le sue manacce carnose. — Allora, ecco come stanno le cose. Cinquemila qui. È un massaggio completo, su tutto il corpo. Tutto. Il. Corpo. E altri mille di mancia, se mi piace.
— Ti faccio una denuncia — tentò ancora Uljana.
— Una denuncia? A chi, sentiamo? — ghignò lui.
— All’FSB.
— Oooh! Addirittura all’FSB? E che cosa gli scriverai? Del massaggio? Da sbellicarsi. No, ma tu scrivi pure, certo. È solo che il giro è tale che la tua denuncia finirà proprio sulla mia scrivania. Me ne occuperò io. Parola mia.
Uljana taceva. Non sapeva cos’altro dire. E, a dire il vero, non c’era altro da dire.
— Allora. Va bene. Che si fa? — chiese il cliente.
— Io non lo faccio — squittì Kris.
— E chi ti ha chiesto niente? Sto parlando con la proprietaria.
Uljana non guardava né Kris né il cliente. Studiava l’antico tempio indiano nella fitta giungla. San Sanyč scalciava nella pancia; l’ansia di lei gli era arrivata.
— Uljan?
— Che c’è, «Uljan»? Che c’è, «Uljan»? Ma non capisci proprio niente?! — le gridò Uljana.
Aprì l’armadietto e afferrò il piumino. Coprì con il palmo i cinquemila.
— Vado a fumarmi una sigaretta.
— Uljan!! È una cosa da vera stronza! — pianse Kris.
— Fuori il tempo non è granché — sogghignò l’uomo. — Puoi restare qui, non mi dai fastidio.
Ma Uljana stava già correndo su per le scale, tenendosi la pancia con una mano; Kris fece per precipitarsi anche lei verso l’uscita, ma il cliente allungò un braccione, la afferrò e se la tirò addosso. Poi non si seppe più cosa successe: la rampa delle scale impediva di vedere.
— Ma sei completamente fuori di testa, o cosa?! — squittì Kristinka, ormai invisibile.
Poi la porta di ferro si chiuse di schianto, e non si sentì più niente. Uljana si appoggiò alla porta, come se da lì potesse ancora sbucare qualcuno, tirò fuori la sigaretta elettronica e inspirò il fumo dolce. Melone. Lo trattenne, poi lo espirò. Il vapore salì, passò davanti all’insegna al neon attorcigliata «SPA-SALON “ULJANA”» e, contagiandosi del suo colore, sbocciò rosso.