Dmitrij Gluchovskij · Registrazione
7.
Quanto avessero bevuto la sera prima era impossibile dirlo, anche se Maksim, a dire il vero, non aveva neppure intenzione di bere molto. Sembrava che lo chablis agisse come le pillole contro il mal di mare: sopprimeva la nausea. Poi si era scoperto che non sopprimeva proprio niente, rimandava soltanto tutto al giorno dopo.
Marina dormiva ancora, mentre Maksim era stato espulso dal sonno. La solita storia. Continuare a sbuffare e rigirarsi nel letto, urtando di tanto in tanto la moglie, gli sembrava poco fraterno. «Il sonno dell’alcolista è breve e inquieto», gemette, trascinandosi in bagno.
Si era alzato con il piede sbagliato.
Seduto sul water, accompagnato dal gorgoglio della sorgente di rubinetto, aveva letto su Telegram Meduza: chi, mentre loro festeggiavano gli anniversari, era stato dichiarato agente straniero e chi arrestato con l’accusa di alto tradimento. Un digest delle retate, per così dire. Aveva moltiplicato la depressione per la repressione e gli era passata perfino la voglia di uscire dal bagno e affrontare il mondo. Si era raccontato la barzelletta: «Ma come, non vuoi andare a scuola, Vovochka? Devi andarci, sei il preside», si era sciacquato la pelle irrigidita con acqua fredda, si era fatto forza e aveva deciso di affrontare la giornata.
In cucina c’era Uljana, seduta davanti al piccolo televisore a guardare il notiziario. Finiva le uova al tegamino ed era già vestita e truccata. Gli rivolse un cenno comprensivo: a quanto pareva, era davvero gonfio.
— Di buon mattino… — Maksim le sorrise come meglio poté.
— Dobbiamo andare in ospedale.
— Già.
Si è truccata, pensò Maksim. Per chi? Per il suo fidanzato o per i medici?
Più probabilmente per i medici, così magari avrebbero notato lei e lui insieme a lei, in mezzo alla fila di gente che implorava. Lì doveva essere una fabbrica, una catena di montaggio: scaricavano i feriti dai camion, li ricucivano in fretta e li rimandavano fuori; chi rattoppato, di nuovo in guerra, chi scartato, a casa, chi in una bara, ormai rotto. E difficilmente, con un simile flusso, i medici si soffermavano sulle circostanze personali. In un ospedale militare, probabilmente, era meglio non affezionarsi ai pazienti, come in un allevamento di animali da pelliccia.
Ma se lei si fosse vestita elegante, magari l’avrebbero notata, in qualche modo se la sarebbero ricordata e, quando si fosse trattato di decidere se impegnarsi e salvarlo oppure lasciarlo com’era, forse si sarebbero ricordati della fidanzata in pompa magna e avrebbero fatto uno sforzo appena superiore al dovuto.
Uljana tornò a fissare distrattamente lo schermo. Lì mettevano in guardia contro i complotti dietro le quinte mondiali, ma dal suo viso non traspariva una sincera preoccupazione per gli intrighi dell’Occidente collettivo. Forse lo teneva acceso solo per avere un po’ di rumore di fondo mentre mangiava le uova, per non sentire i propri pensieri.
E che pensieri le giravano per la testa?
Il viso di Uljana era intelligente e gentile, e non si poteva dire che fosse brutta. Forse solo un po’ vuoto? O semplicemente smarrito. La ragazzina dall’aspetto insignificante che un tempo veniva da loro per le vacanze di Capodanno era diventata una giovane donna dall’aspetto altrettanto insignificante. Be’, era cresciuta, sì. Ecco, forse era tutto lì. Ma che cosa era diventata? Per saperlo, avrebbe dovuto conoscere com’era prima.
Aveva un’aria un po’ rattrappita, come dire. Incurvata, infreddolita.
A Maksim venne voglia di chiederle come stesse il suo ragazzo.
Ma si trattenne. E poi, poteva provare compassione per lui?
Nella guerra Maksim era senza esitazioni dalla parte dell’Ucraina, dalla parte della vittima. E più lì cercavano di spiegare e giustificare la guerra, più accusavano furiosamente di tradimento chi provava simpatia per l’Ucraina, più ostinatamente Maksim si aggrappava alla propria posizione; per lui era diventato soprattutto un modo di restare quello che era sempre stato. Di non sciogliersi, di non disfarsi nell’acido in cui intorno a lui sguazzavano i brandelli di alcuni suoi vecchi amici.
Una volta, già nel primo anno di guerra, cercando di stabilire per sé delle regole per vivere nel nuovo mondo, Maksim aveva deciso di applicare alle persone che lo circondavano il criterio della complicità. Secondo quel principio, tutti quelli che si erano rassegnati alla guerra senza prendervi parte si assumevano una parte di responsabilità, ma non una parte di colpa; quelli che in qualche modo la sostenevano — con i fatti o con le parole, contribuendo ad alimentarla o a normalizzarla — diventavano complici e condividevano la colpa; e soltanto quelli che in qualche modo avevano cercato di ostacolarla venivano assolti davanti al tribunale dell’eternità. Se il tribunale dell’eternità avesse giudicato Maksim, però, lo avrebbe assolto per un pelo: a suo credito si potevano contare soltanto un paio di manifestazioni nei primi giorni di guerra e il fatto di aver messo l’edizione pregiata di «1984» in cassa nel negozio. Be’, d’accordo, anche la battaglia di ieri sugli agenti stranieri. Insomma, non era un combattente. Ma, d’altra parte, non pretendeva di esserlo. Il suo era un altro tratto del fronte, invisibile senza microscopio, ma importante a modo suo.
Ma che dire del fidanzato di Uljana? Il fatto che fosse stato mobilitato lo liberava dalla responsabilità per tutto quello che aveva fatto in guerra? E una volta lì, avrebbe potuto non farlo? E se aveva mutilato qualcuno? Se aveva distrutto? Se aveva ucciso? In quel caso importava che l’avesse fatto di sua volontà o eseguendo un ordine, se la complicità andava stabilita in base all’azione? Se era così, non poteva chiedere del fidanzato, non poteva neppure permetterle per un secondo di pensare che lui provasse compassione per lei, e attraverso di lei per il suo ragazzo.
La generazione di Maksim aveva vissuto tutta la baraonda che aveva travolto il paese, da Brežnev in poi: la perestrojka, il crollo, la Russia di El’cin, le guerre cecene, il putinismo. Una vita movimentata, diciamo: per guardarla senza occhiali scuri, come davanti a un’esplosione nucleare, non si poteva. E così lui e i suoi coetanei, i suoi amici e compagni, avevano imparato a guardare tutto attraverso lenti scure, attraverso il postmodernismo e il cinismo. Ma con la guerra non si poteva; qui bisognava togliersi quelle lenti, anche se la luce ti bruciava gli occhi, perché se in tutto quel tempo era successo al paese qualcosa di accecantemente luminoso, un male assoluto, era proprio quella guerra contro l’Ucraina. Bisognava guardare senza distogliere lo sguardo, sentirla fin dentro i nervi scoperti, testimoniare con onestà; bisognava ricordare la storia con precisione, perché non la falsificassero di nuovo, perché un giorno non si ripetesse ancora. Bisognava, bisognava…
Ecco di cosa si parlava, non di come se la passasse in ospedale quel ragazzo in particolare. Non era mica stato investito da un tram, in fondo! Maksim rimase in silenzio, sbirciò Uljana da sotto le palpebre gonfie, come da una feritoia di bunker. E quella sua espressione smarrita… Maledizione.
— Come sta? Il tuo fidanzato?
— Non tanto bene — Uljana si voltò verso di lui. — C’è stato un bombardamento. Gli hanno amputato le gambe. Tutte e due.
— Dio… — la nausea tornò a salirgli. — Che incubo.
Se le immaginò, quelle gambe recise, avvolte nelle fasce. Strinse gli occhi. I monconi gli apparvero ancora più nitidi.
— Mi dispiace tanto per quel ragazzo — disse. — Quanti anni ha?
— Ventisette — rispose Uljana.
— Come il nostro Kirjuha, allora?
— Già.
Gli balenò davanti agli occhi un’immagine nera: Kirill senza gambe. Eppure sarebbe potuto succedere, se allora non si fossero precipitati a evacuarlo. Sarebbe potuto succedere di tutto. Se non fossero arrivati in tempo, se avessero chiuso il confine, e chissà cos’altro… E allora come si faceva a giudicare? Kirill sarebbe stato colpevole anche lui, se lo avessero preso per la collottola e buttato nel tritacarne? Era solo questione di fortuna. Se fosse stata una sua scelta, ma in quel caso… Fortuna o sfortuna: ecco tutto il bivio della storia, come sempre da queste parti e come per tutti.
Fidanzato… Fidanzato voleva dire che avevano intenzione di sposarsi. Che c’era in programma una vita umana, e in un istante quel futuro le era stato amputato, con una sega sull’osso. Maksim ricordò quello che aveva provato quando era cominciata la guerra: disperazione, nessuno spiraglio di luce. Tutto quello che lui e Marina avevano progettato per il futuro si stava spezzando per soddisfare gli obiettivi e i compiti insensati e cannibaleschi di qualcun altro, giustificati con menzogne infernali e idiote; e la vita che si spezzava era la sua, vera e unica. Ma lui era riuscito a divincolarsi e a strisciare via da quella cazzo di asfaltatrice con il tricolore e i teschi. Strisciare via… Ecco un’altra parola della storia russa più recente. Siamo strisciati via, sì. Abbiamo tirato fuori Kirjuha, l’agenzia di Marina non è rimasta senza commesse — anzi, c’era ancora più bisogno di decorare la città — e alla gente sono serviti ancora di più i buoni libri. Marina e Maksim aiutavano le persone, ciascuno a modo suo, a restare umane in tempi disumani; così la loro famiglia, in fondo, non era stata colpita direttamente dalla guerra. Ma Uljana…
Maksim prese una fetta di pane al kefir, morbida come una carezza infantile, ne staccò un pezzetto e cominciò a spalmarci sopra il burro morbido. Uljana taceva, sorseggiava il tè e continuava a guardare il notiziario del mattino.
— Il treno di propaganda del Ministero della Difesa ha concluso il suo tour in Russia, organizzato in occasione dell’ottantesimo anniversario della Grande Vittoria, ed è rientrato trionfalmente a Mosca — la voce del televisore si fece strada attraverso il rumore del bollitore. — Ha percorso oltre trentamila chilometri e attraversato tutto il paese! Ha trascorso due mesi e mezzo in viaggio, toccando le capitali di tutti i distretti militari e facendo tappa a Krasnodar e Machačkala, Volgograd e Ufa, Ekaterinburg e Novosibirsk, Chabarovsk e Vladivostok. Nei suoi diciotto vagoni hanno trovato posto sia una mostra dedicata alla memoria della Grande Guerra Patriottica, sia un’ampia esposizione sull’operazione militare speciale. In ogni stazione il treno di propaganda ha suscitato un vero furore: migliaia di visitatori accorrevano a vederlo, soprattutto giovani e studenti…
Il televisore continuava a borbottare, a grattargli il cervello; era una sensazione ruvida. Maksim fece una smorfia. Ma Uljana, capiva quello che stava guardando? E se capiva, perché lo guardava? Stava per dirle: «Non leggere i giornali sovietici a colazione», ma si trattenne. Ascoltava il corrispondente con la bocca appena socchiusa, ma non sembrava incantata; piuttosto, aveva l’aria di una stordita, come se il bombardamento fosse arrivato anche a lei.
— Non c’è da stupirsi: nel museo interattivo su ruote, attrezzato con le tecnologie più avanzate, si poteva non solo conoscere da vicino la storia recente, ma anche, per esempio, provare l’emozione di pilotare un aereo d’attacco o una nave da guerra grazie a un simulatore informatico! Il pezzo forte del programma sono stati, naturalmente, come l’anno scorso, i campioni di equipaggiamento militare nemico catturati dalle nostre truppe sui campi di battaglia dell’operazione militare speciale. Ecco cosa ne dice il coordinatore del progetto, il vice ministro della Difesa, il generale d’armata Oleg Semenovič Goremykin…
Davvero al mondo esisteva un generale dell’esercito russo di cognome Goremykin, si stupì Maksim. Sembrava una cosa uscita da Gogol’. Ma, a pensarci, cosa non sembrava uscito da Gogol’? Versò acqua bollente sulla bustina di tè, sistemò i suoi panini e si sedette accanto a Uljana.
Il televisore mostrò un’altra panoramica del treno verde dipinto a motivi ornamentali, con i resti dei mezzi corazzati sui vagoni scoperti. Uljana lo fissava con molta attenzione, pensierosa. Quando la trasmissione si mise a parlare dei campi di battaglia dell’operazione militare speciale, lei fece una smorfia, e Maksim se ne accorse subito. Questo gli diede le ali. Certo che era contraria alla guerra, come lui e Marina! E poi, nella sua situazione, come avrebbe potuto sostenere tutto questo?
Lei non aveva ancora fatto in tempo a dire niente, e Maksim aveva già cambiato completamente atteggiamento nei suoi confronti. Come se da parente lontana, senza legami di sangue, fosse diventata una di famiglia. Era già contento di averle permesso di stare da loro, contento che fosse seduta nella sua cucina; gli venne voglia di tagliarle ancora un po’ di formaggio, di offrirle un caffè.
— I carri armati e i mezzi corazzati americani, britannici e canadesi, caricati su piattaforme speciali, hanno attraversato tutto il nostro paese, ma non nel modo in cui avevano previsto quelli che li avevano forniti al regime di Kiev — riferì il generale Goremykin con tono d’ordinanza e, per di più, inciampando sulle parole, come se stesse leggendo per la prima volta un testo sconosciuto e incomprensibile.
Un circo itinerante della morte, falsità, burocratese, e in più quell’ignobile accostamento di significato, «Grande Guerra Patriottica — operazione militare speciale», perché venti milioni di morti in quella guerra trascinassero come una locomotiva un altro milione di cadaveri freschi nei vagoni merci. Trentamila chilometri, e fermarsi in ogni stazioncina per mentire e rincitrullire la gente. E, per completare il quadro, i ridicoli baffetti a spazzolino del generale gogoliano. Maksim schioccò la lingua.
— Che orrore! — si voltò verso Uljana in cerca di appoggio.
— Cosa? — chiese lei.
— Tutto questo — Maksim indicò lo schermo. — Perché hanno mandato in giro per il paese quel treno? Secondo te?
— Non ne ho idea — Uljana scrollò le spalle. — Be’… Ottant’anni dalla vittoria, ecco.
— Ma dai — sorrise Maksim. — Non è questo il punto.
— E qual è?
Forse Uljana non sapeva riconoscere una manipolazione del genere? A Maksim sembrava evidente, lampante… Ma non era mica una conoscenza piovutagli dal cielo. Erano anni, decenni di riflessioni, analisi, letture dei libri giusti e della stampa giusta… E, in fin dei conti, la cerchia di persone che frequentava. Per decostruire il mito della Grande Guerra Patriottica, per capire come glielo inculcassero fin dall’asilo… e come poi lo usassero. Per lui era «l’ossessione della vittoria». Per la gente comune erano i nastri di San Giorgio, le foto del nonno con il berretto e la divisa e le grigliate durante le feste di maggio.
— Il punto è convincere la gente che questa guerra sia una specie di continuazione di quella, della Grande Guerra Patriottica. Allora ci attaccarono i tedeschi, quindi anche adesso noi non siamo gli aggressori, ma le vittime — disse. — E dunque anche questa guerra è sacra. Ecco perché devono portare in giro per tutte le città e i villaggi i mezzi corazzati occidentali. Come prova evidente del fatto che anche stavolta noi ci stiamo semplicemente difendendo, come allora. Come se non fossimo stati noi ad attaccare gli ucraini, ma l’Occidente ad attaccare noi. Ed ecco perché da quattro anni non riusciamo a vincere: siamo soli contro il mondo intero…
Uljana lo guardava senza espressione. Maksim si sentì a disagio, ma ormai doveva finire quello che aveva da dire.
— E soprattutto, con quel treno vogliono anche reclutare più gente possibile per la guerra. Lo chiamano proprio così: treno di propaganda. Non lo nascondono neppure, quei bastardi. Perché al fronte la gente sta finendo. C’è chi finisce negli ospedali, e chi nei cimiteri. Ne servono di nuovi. Da gettare, cazzo, nella fornace della locomotiva.
La nipote si rabbuiò. O forse era stato uno sbaglio spiegarglielo con le dita? Magari si sarebbe offesa perché l’aveva presa per una scema. E poi che cos’era, quella «gente comune»? Eccoti qua, con il tuo snobismo da pseudo-intellettuale…
— Be’, e allora? Siamo davvero in guerra solo lì, con l’Ucraina? Guarda, quei mezzi corazzati li hanno mostrati per davvero. Non sono disegnati. Qualcuno glieli ha mandati. Sono stati gli americani.
— Uljan… Dici sul serio?
— E perché?
Maksim allungò una mano, prese il telecomando e premette il pulsante. Il televisore tossì e si spense.
— Scusa. Non riesco a guardare ancora questa roba. Tutto pur di rimbambire qualcun altro e spedirlo nel tritacarne. E poi amputare le gambe a qualcun altro ancora. Come al tuo Saša.
— Già.
Uljana spostò lo sguardo sullo schermo spento. Sospirò.
— Tu non credi a tutta questa roba, vero?
— Io?
— Tu, Uljana. O ci credi?
— Non lo so. E a cosa dovrei credere?
— Ma ci sono tante fonti… C’è Meduza, The Insider, Dožd’, perfino la BBC, santo cielo… Ti installiamo una VPN, così ti si apre tutto benissimo. Mi pare che tu abbia un po’ di tempo, potresti leggere…
— Ma ce l’ho già, la vostra vi-pi-en. Che cosa credete, che sia una selvaggia?
— Non ho detto questo! Hai la VPN, ottimo. Brava! Solo che quando hai mezz’ora, metti Dožd’ su YouTube. Dožd’ TV. Sempre notizie, solo che non sono pilotate.
— Va bene.
Il giorno prima lo guardava in modo diverso. Il giorno prima lo aveva abbracciato così… Gli si era stretta addosso. Adesso invece intorno a lei si era creato un campo elettrico tale che Maksim non avrebbe osato avvicinarsi per primo.
— Ma lo capisci chi è il responsabile di tutto questo, Uljan’?
L’aveva chiamata «Uljan’», come quando era piccola, ma subito aveva sentito in quella vocina affettuosa una falsità, e a quanto pareva anche lei l’aveva riconosciuta all’istante.
— Di cosa?
— Di quello che è successo al tuo Saša. Della ferita, delle gambe…
— E chi sarebbe? — strinse gli occhi lei.
— Ma lo capisci, no? Non puoi non capirlo!
— Dica lei, zio Maksim.
— Chi l’ha chiamato alle armi? Chi l’ha mandato in Ucraina?
Lei taceva e lo fissava con lo sguardo. Possibile che sostenesse davvero tutto questo? Possibile che si fosse sbagliato così tanto su di lei? Chi si era accolto in casa… Quello era il momento buono per chiudere la bocca, ma Maksim non ci riusciva più.
— Il potere, Uljan’! Il potere! Putin, cazzo! Se vogliamo chiamare le cose col loro nome! Non lo capisci o non vuoi capirlo?
Lei sollevò di nuovo le spalle. Aveva spalle ossute, larghe e magre. Da pallavolista.
— Io mi muovo, zio Maksim. Oggi devo assolutamente vedere il primario.
Si alzò, mise i piatti nel lavello e sgusciò fuori dalla cucina. Maksim rimase solo con il suo panino sul morbido pane al kefir. Il pane secco gli si conficcò in gola e lo soffocò. Fu travolto dall’angoscia, dal presentimento di una disgrazia, dal rimorso tardivo. Si sentiva oppresso, come se avesse qualcosa di sporco addosso. Ma dai, è solo la classica sbornia, nient’altro, si rassicurò.
Ah, e aveva fatto anche un sogno orribile… Forse era tutta colpa del sogno?
• • •
Gesù ha sopportato, e ha detto a noi di sopportare, le insegnava la mamma quando Uljana era piccola.
E così le era toccato sopportare la ramanzina, fingersi una scema. In fondo viveva in casa d’altri, non era bello mettersi a litigare con loro. Lui si crede intelligente e le ha fatto la predica. Di nuovo, Saša sarebbe un idiota perché ci ha creduto ed è partito, e lei allora sarebbe una stupida. Neanche per sogno. Sei tu che ti racconti queste cose per spiegarti perché ti sei affrettato a nascondere il tuo figliolo quando gli è arrivata la cartolina di leva. Perché il tuo pulcino è troppo intelligente per fare il militare. Perché gli servono le sue gambette per ballare nei locali. Saška è un coglione, ha creduto che ci fossero i fascisti, e adesso ben gli sta, che salterà sui monconi. Se riesce a cavarsela, poi.
Ma vaffanculo, zio Maksim. Dovevi mandarlo a quel paese lì, a colazione; peccato che la buona educazione te l’abbia impedito.
Per tutto il viaggio in metro aveva ribollito come nel catrame, litigando con lo zio a memoria. Verso la fine aveva già cominciato ad avere il bruciore di stomaco per la bile. Era uscita a fatica alla luce del giorno e non sapeva a chi aggrapparsi. Chiamò Kristinka. In quei pochi giorni in cui non si erano parlate, Uljana era sprofondata del tutto. Tra loro due, in fondo, Kristinka era il salvagente e Uljanka il peso. Aveva una gran voglia di sentirla, anche solo per farle cinguettare qualcosa con quella vocetta da canarino.
All’inizio non rispose — Uljana era già salita sull’autobus — e richiamò solo dopo.
— Pronto.
La voce era ovattata e nasale. Aveva pianto.
— Krist’in?
— Ciao.
— Come va?
— Così così.
— È successo qualcosa?
— Be’… Ma sì… Un casino di merda senza fine.
— Che è successo?
— Mi ha mollata uno. Con un sms. Ci credi?
— Sul serio? Quale?
— In questo momento ne ho uno solo, Uljan! Saša. Te ne sei già dimenticata, nella tua Mosca?
Giusto. Anche lei aveva il suo Saša, ricordò Uljana. Quello che imboccava i sushi. Ci avevano fatto tante risate insieme, come poteva averlo dimenticato?
— Scusa. Mi è passato di mente. È solo che qui c’è così tanta… roba.
— Ma figurati. Va tutto bene — singhiozzò Kris. — È solo una follia, lasciarmi con un sms. E io volevo già portarlo dai miei.
— Te ne troverai un altro. Mandalo affanculo.
— Era un bravo ragazzo. Perché con un sms, Uljan’? Perché mi tratta così? Sono forse una specie di stronzatina? Chi sono per lui, una gatta? Una cagnolina?
— Ma lascia perdere…
Si mise a piangere. Uljana scorreva lungo le recinzioni di cemento sul nuovo, vivace autobus diretto all’ospedale militare, e non se la prese con Kris perché si era dimenticata di chiederle come stesse il suo Saša, quello senza gambe. Voleva bene a Kristinka. Le dispiaceva per lei.
«È che, capisci», disse Kris con voce nasale, «si è accumulato tutto insieme. Il lavoro, che mi hanno licenziata, e adesso mi ha mollata anche lui. Cazzo, Uljan, perché la vita mi sodomizza così brutalmente? Che cosa ho fatto?»
«E con il lavoro è proprio dura, eh?»
«Tu non capisci», Kris tirò su col naso. «È un disastro totale. Ovunque chiami, o hanno già chiuso la posizione o hanno cambiato idea.»
«E il nostro? Anatolij Sergeevič?»
«Mah, niente. Ha chiamato. Dice che chiude tutto, fanculo, e mi ha ringraziata per il servizio.»
«Cioè, il salone non lavorerà più, proprio?»
«Ma mi ascolti? È nero dalla rabbia. Gli ho chiesto dell’indennità di fine rapporto e lui mi ha risposto che me la ficca in culo, se mi incontra. Dice che ha già così tanti debiti e multe che non gliene frega più niente, tanto vale finire dentro.»
«Madonna.»
Rimasero in silenzio. Solo allora Kris si riscosse:
«Cazzo. Ma perché parliamo solo di me? E tu, come stai? Come sta il tuo Saša?»
• • •
Maksim era rimasto inchiodato in cucina: seduto, leggeva rassegnato le brutte notizie, accanto a lui avvizzivano i panini lasciati a metà, il tè era diventato forte come il čifir e si era raffreddato. I postumi della sbornia gli si erano allargati dalla testa al mondo intero, e adesso tutto il mondo era disgustoso e torbido. Marina dormiva ancora, e non c’era nessuno che potesse curargli l’ansia. Tanto valeva impiccarsi — figurativamente, s’intende, perché nella vita Maksim non aveva mai neanche scherzato col suicidio.
Che sogno tremendo aveva fatto? Una schifezza…
Poi, scricchiolando, il parquet del corridoio annunciò l’arrivo di Kirill in cucina. Se ne stava sulla soglia in mutande, appoggiato allo stipite, sorrideva e si stiracchiava. Un Apollo in carne e ossa: non per niente Maksim per tanti anni lo aveva portato ad allenarsi sul canale della voga. Il canottaggio, dopotutto, dà i suoi risultati.
«Buongiorno!»
«Oh… Sua Maestà Kirill Maksimovič si è degnato di comparire! Un caffettino?»
«Me lo faccio da solo, siediti. Notte movimentata?» ghignò lui.
«Il giubileo di Vadik Smyslov… Mi sa che ho esagerato.»
«Vi siete dato alla pazza gioia! E in mezzo alla settimana, per giunta! A che ora siete rientrato?»
«Verso l’una e mezza, credo.»
«Spero di essere altrettanto energico alla vostra età!»
«Alla nostra età… Ma quale età! Ecco, vuoi un panino?»
«Sempre pronto!»
Se ne stava lì a canticchiare e fischiettare. Ecco cos’è la giovinezza: non hai lavoro, la convocazione ti pende sulla testa come una spada di Damocle, e quanto ai beni possiedi tre paia di jeans e un cellulare, eppure ti alzi la mattina sorridendo. Semplicemente, il corpo si piega con facilità e tu lo pieghi. Semplicemente, il tempo che hai davanti non è ancora limitato e senti che in quel tempo riuscirai sicuramente a fare tutto quello che c’è da fare al mondo. E quella gioia da cucciolo, per l’attesa della giornata, non c’è sbornia che possa far cagliare.
«Com’è andato il colloquio?»
«Tocchiamo ferro!» Kirjuha si batté la fronte. «Direi bene. Ci racconti dove ha lavorato, di cosa si occupava, perché se n’è andato, quali sono le sue aspettative salariali, i suoi progetti per la vita, perché la nostra azienda. Be’, ho detto tutto sinceramente. Io sono sincero, da noi.»
«E quali sono i tuoi progetti per la vita?» chiese Maksim.
«I miei progetti sono ottenere il posto di team leader dell’analisi di prodotto nella vostra banca e farci una carriera folgorante.»
«E sa che nella nostra banca il lavoro da remoto non è ben visto? Possiamo davvero contare su di lei?»
«Me l’hanno chiesto, tra l’altro», sorrise Kirill. «Vedo che sei sul pezzo!»
«Leggo i giornali sovietici a colazione», sospirò Maksim. «Allora, che cosa risponderai?»
«Risponderò che potete contare su di me, naturalmente. Sì, c’è stata una pausa nella mia carriera, me ne sono andato, ma sono tornato e non ho intenzione di ripartire. Lego il mio futuro a questo Paese.»
«Che cosa pensa della situazione attuale nel Paese?»
«Questa non me l’hanno chiesta. Ma dai, è Tinkoff, lì capiscono tutti tutto, pa’, ma che ti prende?»
«Tinkoff non è più Tinkoff, Kirjuš. Come Kommersant non è più Kommersant e NTV non è più NTV.»
«Uffa… Be’, allora non ero ancora nato. In quel vostro Giurassico, quando l’erba era più verde e il cielo più blu.»
«E tu, naturalmente, pensi che adesso l’erba sia abbastanza verde e il cielo abbastanza blu?» sogghignò Maksim.
«Eccome!» lo rassicurò Kirjuha.
«Sì, sì.»
«Sì, sì. Insomma, domani c’è il secondo round.»
«In bocca al lupo… Ma andrà tutto bene, ne sono sicuro.»
«Crepi!»
Requisì a Maksim il panino di troppo e cominciò a sorseggiare il caffè. Aveva un appetito feroce, allegro. A guardarlo, anche a Maksim venne voglia di mangiare — un panino con la salsiccia — e di vivere. Si alzò per prepararsene un altro.
All’improvviso Kirill si ricordò.
«Oh! Ieri ho conosciuto mia sorella! Di nuovo. Dov’è, a proposito? Dorme ancora?»
«È andata all’ospedale dal suo ragazzo.»
«Già… Lì è un inferno, vero?»
Maksim non riuscì a trattenersi: guardò le zampe di Kirjuha, muscolose ma quasi senza peli; ricordò quando, da ragazzino, si era rotto una gamba sugli sci, e quanto sottili erano allora quei bastoncini al posto delle sue enormi gambe.
«È un inferno.»
«A me è sembrata una ragazza a posto. Mi pare che abbiamo fatto amicizia.»
Si alzò anche Marina, languida, avvolta in una vestaglia di seta. Baciò Kirjuha sulla sommità del capo e andò a prepararsi il caffè nel cezve di ottone. Quando era diventata una diva in pensione, un personaggio di Viale del tramonto, si chiese Maksim d’un tratto. Poi si riscosse, come se non l’avesse pensato davvero.
«A me non è sembrata per niente a posto», sbottò Maksim, tirando fuori dal fondo il deposito del caffè. «La vostra Uljana.»
«Che succede?» Marina si voltò verso di lui, preoccupata.
«Come fa, nella sua situazione, a non capire perché è cominciato tutto questo?»
«Che cosa è cominciato?» chiese Kirill.
«La guerra. La guerra, Kirjuš.»
«E lei non capisce?» chiese Marina con cautela.
«La mattina sta incollata alla scatola. Sta lì a fissare la scatola. Secondo me è una di quelle», disse Maksim. «Di quelli che credono a tutto.»
Marina picchiettò e raschiò col cucchiaino l’interno del cezve, mescolando lo zucchero. Poi tolse il caffè dal fuoco e, attraverso un colino speciale, se ne versò un po’ in una graziosa tazzina dipinta.
«La gente crede alla televisione, Maksim. Che ci vuoi fare? Ci crede. Devono vivere in questo Paese, non hanno scelta. In televisione spiegano le regole per vivere in questo Paese. Ma perché te la prendi con lei?»
«La gente si divide in quelli che capiscono cosa sta succedendo, quelli che non lo capiscono e quelli che si rifiutano di capirlo, Marin!» formulò Maksim. «E o è una stupida, cosa che non mi è sembrata, oppure non vuole capire. E lo ammetto, sì, non sono particolarmente felice che una persona del genere sia stata invitata a casa nostra.»
• • •
La fila per il primario cominciava sulle scale: né la sala d’attesa né il corridoio riuscivano a contenere tutte quelle mogli e madri gonfie di sonno — le occhiaie, i fazzoletti in testa, come se fossero venute in chiesa. Non c’erano appuntamenti, c’era una fila vera e propria, e chi arrivava prima aveva la speranza di poter fare la sua domanda.
Mentre aspettavano, si raccontavano l’una all’altra chi aveva cosa. Schegge nel marito, un drone che aveva sganciato una bomba; al figlio una trapanazione, trauma cranico, un colpo di mortaio; al figlio avevano amputato entrambe le braccia, geniere; al fratello ustioni di quarto grado; era diventato cieco, il marito; ferita addominale, metà intestino asportato, il figlio, in coma. Chi voleva un certificato, chi l’invalidità, chi un po’ di attenzione, chi che il figlio non fosse rimandato al fronte, e chi solo la promessa che non sarebbe morto.
Che tipo fosse il primario, chiese Uljana a una donna col fazzoletto in testa. Le rispose un’altra, che lo conosceva: ex chirurgo militare, aveva fatto carriera. Uomo pratico, poco compassionevole. Insomma, al posto giusto.
La fila era lunga, ma scorreva in fretta. Lì dentro, evidentemente, decidevano presto il destino: come in un ospedale da campo, dove si smistano i vivi e i morti. Mentre aspettavano, molte parlavano, ma quasi tutte uscivano dall’ufficio del primario in silenzio. Poche avevano un sorriso, più spesso gli occhi lucidi. Piangevano per sé, non per fare scena. Il giudice, a quanto pareva, era imparziale e incorruttibile: le madri entravano con dei regalini e ne uscivano con gli stessi.
Toccò a Uljana.
Lo studio era spazioso, ma spoglio. Pareti dipinte, sulla parete Putin in una cornice, le mani giunte; nell’angolo una bandiera arrotolata sull’asta; al centro della stanza, la scrivania del capo, con sopra la foto di un uomo in mimetica, montagne alle spalle. Dietro la scrivania sedeva lo stesso uomo, vent’anni più vecchio, ma ancora in forma. Lo sguardo era stanco sia nella foto sia dal vivo. Non sembrava un dio, più un macellaio, ma si vedeva che era in pensione. Lungo le pareti, scaffali; sugli scaffali, faccende umane. Sul tavolo un computer dove era tutto registrato.
«Dica.»
«Sono qui per Aleksandr Vital’evič Lazarenko.»
«Reparto?»
«Neurochirurgia.»
Picchiettò sui tasti. Si abbassò gli occhiali di metallo sul naso e, guardando al di sopra delle lenti, esaminò la situazione di Saša.
«Dunque… Lazarenko… Lazarenko. Ferita da scheggia e da compressione, in seguito… Già. Evacuazione tardiva… Cancrena di entrambi gli arti… Sì. Amputazioni. Chiaro. E poi… Gravi lesioni agli organi interni, condizioni della colonna vertebrale… Processi spinosi… Frammenti ossei nella cavità addominale… Intracranica… Mh. È stato programmato un intervento chirurgico allo scopo di… Chiaro, chiarissimo. Be’, è grave, che cosa vuole che le dica. Il suo Lazarenko è grave.»
«Lo so», disse Uljana, cercando di parlare con fermezza.
«E tra pochi giorni dovrà subire un altro intervento. Gli ricostruiremo la colonna vertebrale. Ce l’ha ridotta in schegge. E gli organi del bacino… Ma soprattutto, vedo che ha anche un trauma cranico, da compressione, e la pressione… Ecco, la pressione. Insomma, per ora è meglio che non sappia altro. Anestesia generale. Un’operazione complicata, per usare un eufemismo. Non me la sento di fare previsioni.»
«Quando?»
«O dopodomani o giovedì. È tutto, non ho altre informazioni per lei. La terremo aggiornata.»
Le fece un cenno, per farle capire che il suo tempo era scaduto.
«Aspetti», disse Uljana. «Non sono qui per questo.»
«E per che cosa, allora?»
«Vogliamo registrare il nostro matrimonio.»
«Già. Va bene.»
«Ho letto che i partecipanti all’operazione militare speciale possono farlo con procedura d’urgenza, giusto?»
«Sì, è possibile.»
«Lo voglio fare oggi.»
Il primario si spinse gli occhiali di metallo sugli occhi, che dietro le lenti si fecero minuscoli; lo sguardo distratto, concentrato in un fascio dalla lente d’ingrandimento, cominciò a bruciare.
«Oggi non si può più fare.»
«Su internet c’è scritto che si può fare il giorno stesso della richiesta.»
«Chissà che cosa scrivono su internet. Che cosa crede, di essere l’unica qui da noi a volersi sposare? Non sono io a registrare i matrimoni, ma gli impiegati dell’ufficio di stato civile. Hanno un flusso… di sposi che non finisce mai.»
«Allora domani. Domani è l’ultimo giorno utile. Se poi deve essere operato… La prego!»
«E perché non vuole aspettare che si riprenda dopo l’operazione?»
Le parve che avesse sogghignato. Perché? Sospettava che fosse interessata? Ma come, perché? Non gli aveva chiesto niente di così assurdo, niente che esulasse dalle sue competenze; aveva domandato soltanto ciò che le spettava comunque. E non gli aveva dato alcun motivo di sospettare, almeno così le pareva. Perché quel ghigno? Poi le venne in mente: quante ce n’erano davvero, lì, in quella fila, come lei… A cui premeva sbrigarsi e sposarsi, per ogni evenienza. Smettila di fare la verginella: lui, attraverso le sue lenti d’ingrandimento, vedeva comunque tutto; davanti a lui le anime passavano in serie e, quando in un minuto devi decidere chi salvare e chi dare per spacciato, probabilmente capisci in un secondo tutto il resto di una persona.
«Sono incinta di lui», disse Uljana.
Lui sospirò.
«Congratulazioni. Ha un certificato?»
«Solo un test.»
Il primario guardò nel computer, per vedere che cosa ci fosse scritto sul destino di Saša, poi guardò Uljana, soppesò la situazione e tamburellò le nocche sul tavolo.
«Allora vada a farsi fare un certificato. Con quello magari l’ufficio di stato civile si darà una mossa. Potrebbero fissare l’appuntamento anche per domani. Vi faranno passare davanti agli altri. Quando esce da qui, bussi alla porta del mio vice, Kovalev Artur Ivanovič. Poi per questa faccenda se la veda con lui, d’accordo? Ho cose più serie da fare che celebrare matrimoni. Bene. Le auguro ogni bene.»
«Grazie, davvero!»
Lui annuì.
Uljana uscì e si appoggiò al muro: il mondo le girava intorno come una giostra. Un peso le era stato tolto dalle spalle. Avevano sistemato la sua sorte in cinque minuti, come tutte le altre faccende lì dentro. Il verdetto era a suo favore. Non riusciva neanche a credere che fosse successo così in fretta e in modo così onesto.
Dal vice — ancora giovane, rubicondo, ma già calvo da un pezzo, chissà perché — la pratica si sbrigò ancora più in fretta. A quanto pareva il primario gli aveva già telefonato e lui era al corrente di tutta la situazione di Uljana. Le ripeté solo che ci voleva il certificato, ma le assicurò che avrebbe potuto portare l’originale il giorno stesso della registrazione; la scansione poteva mandargliela sul cellulare. Le promise inoltre che avrebbe sistemato personalmente la questione dell’urgenza con l’ufficio di stato civile.
«Venga domani verso mezzogiorno», le propose. «E se c’è qualcosa, mi scriva su Telegram.»
Le strinse la mano per salutarla, come si fa con un uomo. La sua mano non aveva calli.
Doveva andare da Saša, ormai la stava aspettando: le scriveva «Mi manchi», «Dove sei?» e le mandava faccine. Ma Uljana si fermò ancora un po’ nel cortile dell’ospedale, a respirare prima di immergersi nella polpa del melone.
Attivò la VPN e aprì la chat. Chiese all’IA: una persona del segno dei Pesci, nata il 18 marzo, deve affrontare un’operazione difficile; quali giorni di luglio sono favorevoli secondo il calendario lunare, come andrà l’intervento? Quella le mise subito tutto in fila, proprio come un astrologo di professione. A quanto pareva, se l’intervento fosse stato giovedì, sarebbe andato tutto da dio.
Dalla sigaretta elettronica usciva un vapore trasparente, quasi invisibile. E oltre i tetti degli edifici dell’ospedale, da un alto camino di mattoni, si levava un fumo nero e minaccioso.
• • •
Stavano finendo di tappezzare la stanza di Tema quando squillò il telefono. Si era scelto una carta da parati con macchine da corsa, quel cretino. Pazienza, ormai, che se la tenga.
Il numero era sconosciuto, così Tatjana non voleva rispondere: aveva paura dei truffatori telefonici. Ma poi qualcosa le si strinse dentro: doveva rispondere.
«Tatjana Nikolaevna Lazarenko?»
«Chi parla?»
«La contatta il commissariato militare regionale. Riguardo a suo figlio, il soldato semplice Lazarenko Pavel Vital’evič.»
«Pavel non è mio… Il mio è Aleksandr.»
«Oh, cavolo… Aleksandr, sì. Aleksandr Vital’evič. Qui ormai mi sono confuso a furia di parlare…»
«Ma che… Che cosa gli è successo?!»
«La informiamo che suo figlio è stato ritrovato.»
«Grazie! Sia lodato il Signore! Grazie a voi! Ma dov’è, dov’è?»
Le dissero il numero dell’ospedale di Mosca dove avevano portato Sašen’ka; per telefono non potevano dire nulla sulle sue condizioni, borbottarono «congratulazioni» e finirono lì.
Le si contrasse la nuca, le orecchie le presero a pulsare: la pressione era schizzata. Tatjana cominciò a frugarsi le tasche, cercando il Capoten. Signore, che felicità, che felicità, Signore. Provate a dire adesso che le preghiere non funzionano. Tatjana con Dio aveva sempre saputo trovare un accordo: bastava chiedere per bene e, già che c’era, allungargli qualcosina sotto banco.
Grazie a Dio, era vivo. Aveva solo fatto prendere un bello spavento a lei e a suo padre, scemo, come se dovesse morire, e invece non era morto. Eppure Tatjana, fin da quel giorno in cui il telefono di lui aveva smesso di funzionare, aveva avuto una sensazione precisa: era vivo, l’avrebbero ritrovato.
Sashka ogni tanto spariva, gli capitava: era scomparso anche da piccolo, una volta che era andato nel bosco con i ragazzini e lo avevano cercato con la milizia; sua madre pensava già che fosse stato un maniaco o i detenuti evasi, invece lui si era aggregato a dei cercatori di funghi ed era tornato da solo. Poi era sparito per altri tre giorni, quando era andato in città a una discoteca — e non si era più fatto vivo; a quel punto perfino Vitalja era andato nel panico, ma Tatjana sentiva col cuore che sarebbe ricomparso. E infatti era ricomparso: al centro di detenzione, in mano agli sbirri, zitto, coperto di lividi, ma vivo. Dissero che aveva fatto casino, che aveva litigato e avevano dovuto calmarlo. Be’, misero insieme un po’ di grana, la portarono, e tirarono fuori quel buono a nulla.
Sua madre anche allora non aveva fatto che lamentarsi: lui era il suo prediletto, naturalmente, quanto si era data da fare con lui; con Tatjana, scommetto, non aveva passato tanto tempo, e l’aveva iscritta all’asilo nido già dal primo anno. Così Tatjana si era occupata anche di Sashka: chi avrebbe lavorato al posto suo? La maternità in fabbrica avicola era una barzelletta, per fortuna sua madre stava per andare in pensione. E secondo Tatjana non gli era successo niente di grave, anche se almeno aveva smesso di bighellonare tanto e aveva trovato lavoro. Vitalja non era riuscito a mettergli la testa a posto; almeno ci aveva pensato la milizia, altrimenti sempre e solo discoteche, e poi mamma, dammi i soldi.
E adesso la stessa storia: «Ah, Sanečka», «Oh, Sanečka», e poi guarda Tatjana come una bestia feroce perché ha arruolato suo figlio. E l’aveva arruolato perché un uomo deve pur servire a qualcosa; in famiglia un alcolizzato bastava e avanzava, e questo poi, Dio non voglia, finiva come suo padre, con in testa solo le discoteche. E alle discoteche non c’erano solo gli «Jaguar»: c’erano anche le spezie, i sali e chissà cos’altro, con una genetica del genere. Gli aveva dato una bella regolata, e così sia.
E anche l’esercito, tutto sommato, meglio quello che girare a vuoto come merda in un buco nel ghiaccio; l’esercito, dopotutto, fa diventare uomini i ragazzi, e a Tatjana in casa serviva un uomo, su chi altro avrebbe potuto contare? Quegli altri due imbecilli erano ancora da crescere, da istruire entrambi. In quell’appartamento non ci stavano più, stavano uno sulla testa dell’altro, e della vita ormai restava ben poco.
E adesso avrebbe potuto rinfacciare tutto a sua madre, ora che Sashka era ricomparso; e anche Vitalja, pur tacendo davanti a Tatjana perché conosceva il suo posto, in cuor suo la riteneva comunque responsabile. Ma adesso anche Vitalja avrebbe smesso di voltarle le spalle, di guardarla di sottecchi come un cane bastonato per niente.
E invece che essere felice? Tatjana era davvero molto contenta, lei stessa si sentiva come se fosse stata dissotterrata dalla tomba dopo che le avevano già buttato addosso la terra: era riemersa e aveva ripreso a respirare liberamente. Era bello tornare indietro, a quando a Sashka non era successo niente; bello che lui non avesse mandato all’aria il piano di Tatjana per la vecchiaia, non li avesse costretti a lasciare il nuovo appartamento; e bello che adesso Tatjana non dovesse rodersi per aver mandato suo figlio a morire.
Il Capoten fece effetto: il mercurio le colò via dalla nuca, la testa smise di pesare e di girare. E Tatjana sentì — perché Dio l’aveva perdonata per tutto quello che aveva combinato e le aveva permesso di continuare a vivere come prima — una breve felicità.
Non sapeva che farsene, non essendoci abituata.
La condivise con Vitalja e con i più piccoli. Loro si misero subito a correre di qua e di là, allegri. Vitalja stappò una birra, e Tatjana glielo permise. Tema quasi si mise a piangere. E fu solo guardandolo che Tatjana cominciò a capire, in qualche modo, che Sasha era vivo e che avrebbe potuto davvero essere morto. E con quel che le restava di tutta quella felicità in eccesso decise — anzi, non decise: le venne così, da sé — di dirlo a Uljanka. Le dispiaceva, sì, e poi si vergognava di averle detto di abortire.
Compose il numero.
Uljanka rispose subito.
— Pronto?
— Uljan! Ti chiamo per dirti una cosa: hanno ritrovato Sashka! — annunciò.
Lei tacque. Non rispose subito. Poi riprese fiato.
— Davvero?! Dov’è?!
La sua voce tremava.
— Hanno appena chiamato dall’ufficio di reclutamento. È a Mosca.
— Oh… Tatjana Nikolavna… Che felicità…
Tatjana ascoltava con attenzione: Uljanka sembrava parlare a fatica, era agitata. Va bene.
— Già! Ecco.
Nessuna delle due aveva ancora trovato qualcosa da dire. I secondi ticchettarono. Alla fine Uljanka chiese:
— Andate?
— Dove?
— Be’, a Mosca. Da lui?
— Non ci ho ancora pensato. Prima devo sentire i medici, informarmi…
— Allora me lo dirà, se decidete? Magari potrei venire anch’io, con voi…
Tatjana sospirò, esitò, ma alla fine le bastò quel po’ di bontà in più del normale che le era stata assegnata per acconsentire.
— Te lo dirò.